E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria):  L’enigma della camera 622 – Joel Dicker

Siamo sinceri, se Joel Dicker non avesse partorito quel successo planetario che è stato “La verità sul caso Harry Quebert” il suo ultimo lavoro “L’enigma della camera 622” avrebbe avuto ben poche probabilità di arrivare nelle librerie di mezzo mondo.

È tanto è innegabile la bravura che sorregge “Harry Quebert” tanto lascia dispiaciuti una certa sciatteria proprio nell’impianto che dovrebbe mantenere l’impalcatura della “Camera 622”, dove Dicker arriva a ignorare persino le regole che lui stesso aveva messo su carta con l’espediente dei due autori in Harry Quebert.

Primo punto, quasi troppo dolente per credere di averlo riscontrato in un libro sicuramente destinato a tanta visibilità: la chiave di volta che sorregge il “colpo di scena” (che poi è il senso di tutto il libro e non a caso arriva poco dopo la metà delle pagine), è assolutamente inverosimile – non ne parlo apertamente per rispetto di chi lo sta leggendo o lo leggerà. Bella l’idea ma del tutto inconcepibile, per una mezza dozzina di motivi, la realizzazione. Grande rammarico, con pochi accorgimenti sarebbe potuta risultare credibile.

Secondo punto, la storia d’amore – che dovrebbe essere il vero motore narrativo – è meno coinvolgente di quelle che si vedono sullo sfondo di una qualsiasi serie tv tra due personaggi secondari. Ambientata (più o meno), ai nostri giorni, non si capisce perché i protagonisti parlino, agiscano e si muovano come protagonisti di un melodramma di fine Ottocento. Piccolo appunto, possibile che l’unica reazione che Dicker riesca a far compiere alle proprie protagoniste sia “piangere singhiozzando”, “rigarsi le guance di pianto” o cose del genere?

L’unica parte che ho trovato sinceramente ispirata (e per questo interessante), è proprio quella che vede lo stesso autore – in un bel gioco di rimandi – protagonista, il suo sincero legame di gratitudine col vecchio editore e l’amore (quello sì intrigante), finito (?) con la sua ex.

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