Perché è stato giusto pubblicare la foto del piccolo Aylan (che non pubblicherò).

Come sempre succede in questi casi è scoppiata la polemica su quanto fosse stato giusto scattare la foto del corpo esanime del piccolo Aylan, il bimbo siriano morto da solo, atrocemente spiaggiato sulla riva turca. E poi, quanto fosse giusto pubblicare lo scatto della Demir (la reporter che ha realizzato la foto).

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Realizzare quello scatto non solo era giusto, ma addirittura necessario. Come era necessario che i giornali la pubblicassero per scuotere, meglio di 1000 ore di dibattiti da talk show le coscienze assopite.

Se abbiamo una comprensione diversa, più partecipativa alle vicende storiche dal XIX secolo in poi lo dobbiamo anche a questo straordinario e insuperato mezzo di comunicazione.

Senza l’immagine del corpo martoriato di Michelina De Cesare oggi avremmo una diversa percezione di quello che è stata la guerra civile post unitaria in Italia.

Senza il pianto disperato di Kim Phúc (la foto che ho usato per commentare questo articolo e che fu in un primo momento censurata, assurdamente per il nudo e non per l’atrocità del napalm) forse la guerra in Vietnam sarebbe durata più a lungo, merito riconosciuto da più parti a Nick Huynh Cong, il fotografo che poi riuscì anche a salvare la vita della ragazzina.

Senza le foto di campi di sterminio la banalità del male per noi non sarebbe comprensibile.

E si potrebbe continuare a lungo.

Perché ho scelto di non pubblicarla.

Attualmente la fotografia si è irrimediabilmente depotenziata, e non per un indebolimento del mezzo, ma per la moltiplicazione delle immagini realizzate e viste.

Provate a ricordare fino a dieci anni fa (prima dell’era social) quante immagini fotografiche vi soffermavate a guardare al giorno, le 50-60 di una rivista o di un quotidiano? 100 se si aggiungevano le pubblicità in strada?

Adesso saremo esposti a qualche migliaio di immagini al giorno: dai gattini alle insalate, dai tramonti alle modelle di quartiere, e così via. Aggiungere qualcosa di così drammatico e importante rischia di essere sopraffatto o peggio diluito da tutto il resto, troppo rumore di fondo.

Peggio ancora poi, anche se sono sicuro delle buone intenzioni, la scelta di trasformare l’immagine in meme e piazzarla nei diversi contesti in una rincorsa alla ricerca del più scioccante/disturbante/poetico. Sia chiaro, l’operazione non è certo nuova, basta aver girato un po’ di mostre di arte contemporanea (almeno per la prima realizzazione, poi è partito l’effetto emulazione), ma anche in questo caso, trovo il contesto social poco appropriato.

Perché allora ho pubblicato la foto del Vietnam.

Il tempo distingue e differenzia la cronaca dalla storia.

Arriverà un giorno nel quale la Storia ci chiederà conto di questa tragedia attualmente ancora contesa tra leghismi, nazionalismi e menefreghismi, come è stato, ad esempio, per l’indifferenza ai campi di sterminio o il Vietnam e allora l’immagine di Aylan non sarà più cronaca ma Storia.

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