SNAP – INVENTING ANNA

 Tra le tantissime dissertazioni che hanno accompagnato l’uscita e il successo di questa bella serie Netflix mi sembra – ma non vorrei sbagliare – che nessuno abbia citato l’antenato letterario più illustre che sottende a tutta la vicenda di Anna Delvey, il racconto di Mark Twain intitolato “La banconota da un milione di sterline”.

E il fatto che la storia di Anna Delvey sia vera, rende il racconto di Twain (di come l’allure della ricchezza fosse essa stessa già ricchezza e di come la furbizia contasse più dei soldi), scritto quasi centotrenta anni fa, ancora più incredibilmente attuale.

C’è poi, nella messa in scena della storia della Delvey, tutto il fascino di ShondaLand, la casa di produzione fondata da Shonda Rhimes, sceneggiatrice che non solo ha creato un impero mediatico ma un vero e proprio mondo, dove l’immagine delle donne e delle minoranze viene trattata sempre con particolare attenzione; non a caso l’altra protagonista di Inventig Anna – Anna Chlumsky non è solo una donna autonoma, complessa e in carriera ma la seguiamo portare avanti una gravidanza fino al parto (che cade proprio all’apice del racconto), al grido “io non sono speciale, le donne hanno partorito da sempre da sole, accovacciandosi nei prati”, massima negazione dell’immagine della donna incinta accudita perché pronta “a donare” un figlio al marito di turno.

Unica pecca, se così si può dire, è che in ShondaLand, il lusso estremo che viene mostrato, malgrado qualche piccola voce che ne parla in maniera critica, è comunque l’emblema di un traguardo, di vera emancipazione per le donne e per le minoranze, poco importa quanto possa essere “morale” un sistema che contempli colazioni di migliaia di euro servite da persone costrette a fare tre lavori anche solo per pagare l’affitto.

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria):  Orient – Christopher Bollen 

Prendete una costruzione letteraria thriller estremamente contemporanea, con cliffhanger già piazzati strategicamente perché gli sceneggiatori della probabile serie tv non debbano fare troppa fatica nella divisione delle probabili puntate (alla maniera de “La verità sul caso Harry Quebert” per intenderci), aggiungete un vero talento letterario nutrito con i grandi classici della letteratura americana (da Henry James a Philip Roth passando per Francis Scott Fitgerald), così da costruire una “cattedrale” intorno alle proprie ossessioni (nello specifico vecchiaia e morte).

Questi gli ingredienti cucinati con grande maestria da Christopher Bollen, l’autore di questo romanzo thriller dove l’uso di romanzo prima del genere serve quasi a rimarcare le due anime dell’opera, una completamente letteraria, l’altra perfettamente di genere.

C’è un ritmo incalzante, dato dalle azioni dei personaggi che nascono dalla loro parte più interna – e quindi perfettamente credibile – che tiene facilmente il lettore ancorato alle oltre settecento pagine del libro e che, per idea e costruzione, oltre a diventare vero bestseller, davvero attende solo di poter essere trasformato in una serie di successo.

Bellissima, pur se tardiva (colpa mia), scoperta questa di Bollen, tanto che gli si perdona senza problemi la quasi maniacale ricerca di metafore e l’assoluta mancanza di ironia, né dal racconto del narratore né nelle frasi dei tanti personaggi di Orient, poco invidiabile zona residenziale a due ore da New York.

SNAP! – IL VISIONARIO MONDO DI LOUIS WAIN

Il biopic sulla vita dell’illustratore inglese Louis Wain – quello dei gatti antropomorfi vestiti alla moda, per capirci – se guardato con una certa sensibilità, nasconde un po’ più insidie di quello che potrebbe sembrare.

Per prima cosa, è oggetto da trattare con cura; come tutte le biografie estese, che seguono un arco temporale che muove dalla prima giovinezza fino alla morte, racconta la caducità dell’esistenza escludendo, più o meno di fatto, il classico “lieto fine”, dovendo così ripiegare su una chiusura diversa.

Altro punto da segnalare è che la vita di Louis Wain (impersonato benissimo da Benedict Cumberbatch, in una delle sue interpretazioni più belle), è stata tutt’altro che semplice e, al contrario delle biografie edificanti (per fare un esempio, Charles Dickens: l’uomo che inventò il Natale), i fallimenti e le debolezze di Wain non sono mai realmente riscattati e anche quando gli arriva successo, che pure gli ha consegnato una fama che ancora dura, ci dà l’impressione di non riuscire a dissetare realmente la sua voglia di affermarsi come artista (e tantomeno gli risolve i gravosi problemi economici che sopporta fin da giovanissimo).

Unico lampo di luce davvero cristallina è la storia d’amore, scandalosa per l’epoca, con la governante delle sorelle, poi sua moglie, Emily Richardson (interpretata con delizioso vigore da Claire Foy), interrotta nel pieno della passione, per uno dei tanti eventi tragici delle vite intorno a quelle del protagonista.

Logico (anche se forse un po’ troppo anticipato dalla fotografia, molto bella ma in alcuni momenti, un po’ didascalica, di Erik Wilson), che in questo rifugio romantico, il regista Will Sharpe, cercasse riparo per la chiusura della storia, provando a bilanciare inevitabili magone e lacrime con poesia e bellezza.

Lo trovate su Amazon Prime.

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria):  Il mistero del London Eye – Siobhan Dowd

Detesto, amabilmente, le etichette.

Se sui i barattoli di marmellata o una bottiglia di vino ancora riesco a capirne l’utilità, già doverne mettere su una scatola di roba vecchia diventa complicato poi ritrovarne il contenuto.

Mi sono imbattuto in questo libro senza conoscere (colpa mia), niente dell’autrice né della collana dove era stato inserito, ma London Eye sembrava essere un buon spunto per un mistero e così ho iniziato a leggerlo.

I tre protagonisti principali sono ragazzini, uno dei tre, Ted,  voce narrante della storia, è un soggetto Asperger, (lui stesso spiega la sua caratteristica paragonando il suo modo di ragionare e rapportarsi al mondo come se avesse installato, nella sua testa, un sistema operativo un po’ diverso dagli altri), appassionato di meteorologia e in piena fase di scoperta della vita.

Ted e la sorella appena un po’ più grande si sentono responsabili della scomparsa del cugino in visita a Londra e per questo decidono di condurre, di nascosto, delle indagini che porteranno alla soluzione della sparizione del ragazzino.

La trama è ben costruita e avvincente, la prosa ricercata e precisa, anche se l’aspetto più affascinante resta il poter guardare la realtà attraverso il “sistema operativo” di Ted.

Per quanto il crimine sul quale si indaga e le dinamiche dei due gruppi familiari siano perfettamente “da adulti”, questo libro è etichettato “per ragazzi” come se si cercasse il colpevole del furto di una torta o della scomparsa di una bicicletta.

Basta che i protagonisti siano dei ragazzi perché un libro debba essere destinato solo a loro? E, giusto per volare altissimi, se consiglio Il giovane Holden a una persona che ha passato i venti anni, sto facendo un errore?

SNAP! – IL BAR DELLE GRANDI SPERANZE

Con un titolo che si rifà al buon Charles Dickens, il Bar delle grandi speranze non poteva – per noi che della scrittura ne abbiamo fatto un lavoro – non farsi notare tra i titoli dalle varie piattaforme.

E, bella conferma, Dickens c’entra davvero con la storia, sia perché dà il nome al bar che diventa un po’ il centro di formazione e scoperta (non solo letteraria, come ogni buon libro dovrebbe fare), del giovanissimo protagonista, sia perché parla, a modo suo, di un (quasi) orfano costretto a inventarsi un posto nel mondo.

E c’entra anche perché il film è tratto dal bel libro (molto autobiografico), “The tender bar” di J. R. Moehringer (quello di Open di Agassi), che omaggia Dickens se non altro per la necessità, scoperta anche grazie a lui, di diventare scrittore.

Gran bel cast, da Tye Sheridan (il protagonista adolescente) a Daniel Ranieri (il protagonista bambino), dal nonno (molto dickensiano, per restare in tema), Christopher Lloyd, alla madre single Lily Rabe, fino a Briana Middleton, perfetta nel ruolo della (quasi)fidanzata sexy, carina e odiosa.

Una nota a parte merita Ben Affleck (che in qualche modo finirà per diventare nella vita di J.R. più importante del padre), forse non è uno di quei grandi attori capaci di interpretare qualsiasi personaggio, ma in alcuni ruoli è perfetto. E questo è uno di quelli.

Bellissima la fotografia di Martin Ruhe, perfettamente al servizio della storia e della regia di George Clooney, più concentrata sul racconto e sugli attori che a voler dimostrare autocompiaciuti virtuosismi.

Una bella boccata di ossigeno insomma.

Lo trovate su Amazon Prime.