E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria):  Klara e il sole – Kazuo Ishiguro

Non è semplice parlare dell’ultimo romanzo di Ishiguro perché, se volessi soffermarmi sui temi che muovono la sua opera, né nuovi, né memorabili come l’ambientalismo e l’allarme per una deriva dove le tecnologie (dalla genetica all’elettronica), rischiano di disumanizzare il mondo, gli farei sicuramente un torto.

La bellezza di “Klara e il sole” va cercata “oltre” tutto questo, nel tentativo che fa l’autore di provare a raccontare quanto di ineffabile esista nel mistero della stessa esistenza e per farlo catapulta il lettore in un presente/futuro intellegibile davvero solo a patto di essere disposi a “resettarsi” e a “riprogrammarsi” accettando di entrare in una profonda empatia con Klara – il giocattolo umanoide dotato di intelligenza artificiale – creato per essere “l’amica del cuore” della ragazzina che l’acquisterà.

Ishiguro non dedica molte parole per spiegare in che tipo di mondo ci si trova e né, per offrire in anticipo, le coordinate per muoversi nella sua storia. Neanche alla fine avremo ben chiaro il funzionamento “tecnico” di Klara (che pure, spesso parla del “suo modo di vedere a settori”), né l’ingresso nella narrazione dello scienziato di turno sarà di molto aiuto, così come il rischioso intervento di potenziamento mentale che i ragazzi che aspirano a trovare un posto nella società sono costretti a subire – per quanto centrale – resta poco più che accennato.

Quello che resta, se si riesce a leggere il mondo con gli occhi robotici di Klara è però la (ri)scoperta di una umanità tanto profonda e legata al valore di ogni singola esistenza da voler – e in qualche modo suscitare – dei miracoli.

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria):  La spinta – Ashley Audrain

Non è un romanzo di facile digestione questa opera prima, credo, della Audrain.

Non lo è per me che, per ovvi motivi, non ho un rapporto viscerale con la maternità figuriamoci per le lettrici.

L’idea che sottende tutta l’opera è semplice quanto spietata: chi l’ha detto che i bambini sono tanto innocenti da poter essere l’emblema del “puro amore”? E, attenzione, questa domanda così dolorosa da infrangere uno degli ultimi tabù della nostra società può essere letta in ambo le direzioni, dalla madre al bambino e dal bambino alla madre.

Uno degli aspetti più interessanti di tutta l’opera è che la Audrain non si limita a una semplice messa in scena ma cerca, e per questo racconta – alternando più voci – di tre generazioni di madri e figli, la possibilità di spiegazioni e motivazioni psicologiche nei vari comportamenti rendendo, per quanto doloroso, il tutto molto credibile.

E, colpo di genio, fa tutto questo cucendolo in un vero thriller, veloce e godibilissimo con tanto di suspence, colpi di scena e azione.

Avessi qualcosa da scommettere punterei su questo titolo come successo planetario a “La verità sul caso Harry Quebert”, e, fantasticando sul cast per la sicura trasposizione seriale, una Margot Robbie nei panni della protagonista.

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria):  L’enigma della camera 622 – Joel Dicker

Siamo sinceri, se Joel Dicker non avesse partorito quel successo planetario che è stato “La verità sul caso Harry Quebert” il suo ultimo lavoro “L’enigma della camera 622” avrebbe avuto ben poche probabilità di arrivare nelle librerie di mezzo mondo.

È tanto è innegabile la bravura che sorregge “Harry Quebert” tanto lascia dispiaciuti una certa sciatteria proprio nell’impianto che dovrebbe mantenere l’impalcatura della “Camera 622”, dove Dicker arriva a ignorare persino le regole che lui stesso aveva messo su carta con l’espediente dei due autori in Harry Quebert.

Primo punto, quasi troppo dolente per credere di averlo riscontrato in un libro sicuramente destinato a tanta visibilità: la chiave di volta che sorregge il “colpo di scena” (che poi è il senso di tutto il libro e non a caso arriva poco dopo la metà delle pagine), è assolutamente inverosimile – non ne parlo apertamente per rispetto di chi lo sta leggendo o lo leggerà. Bella l’idea ma del tutto inconcepibile, per una mezza dozzina di motivi, la realizzazione. Grande rammarico, con pochi accorgimenti sarebbe potuta risultare credibile.

Secondo punto, la storia d’amore – che dovrebbe essere il vero motore narrativo – è meno coinvolgente di quelle che si vedono sullo sfondo di una qualsiasi serie tv tra due personaggi secondari. Ambientata (più o meno), ai nostri giorni, non si capisce perché i protagonisti parlino, agiscano e si muovano come protagonisti di un melodramma di fine Ottocento. Piccolo appunto, possibile che l’unica reazione che Dicker riesca a far compiere alle proprie protagoniste sia “piangere singhiozzando”, “rigarsi le guance di pianto” o cose del genere?

L’unica parte che ho trovato sinceramente ispirata (e per questo interessante), è proprio quella che vede lo stesso autore – in un bel gioco di rimandi – protagonista, il suo sincero legame di gratitudine col vecchio editore e l’amore (quello sì intrigante), finito (?) con la sua ex.

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria): Primo comando – Patrick O’Brian

Nella stragrande maggioranza dei casi, quando si decide di iniziare a mettere su carta una storia, lo si fa per il bisogno di dare vita a dei personaggi, e così, per renderli veri almeno quanto tutte le persone che hai incontrato nella vita, gli si crea un mondo credibile intorno.

Per Patrick O’Brian accade l’esatto contrario.

O’Brian parte dalla necessità di mettere in scena il mondo che, in qualche modo, avrebbe voluto vivere, la vita a bordo delle navi da guerra alle fine dell‘700, le battaglie epiche, il codice etico dei marinai, le imprese corsare e così via e ci costruisce intorno un meraviglioso universo narrativo dando vita al Capitano, valoroso quanto impacciato nei rapporti umani, Jack Aubrey e al suo inseparabile amico, il chirurgo, studioso e naturista (nonché spia, ma questo lo si vedrà meglio con il passare del tempo), Stephen Maturin.

E così, di botto, il lettore si trova catapultato su una nave della Royal Navy, un po’ come Maturin nel suo primo viaggio, senza nessuna competenza né del gergo né degli usi ma basta poco per comprendere che se pure non ne sappiamo nulla di controlegacci, quartine, fiocchi e orzate, la mano sapiente di Aubrey-O’Brian ci accompagnerà con cura nella navigazione.

E tale è la bellezza di questa creazione per O’Brian che, dal successo arrivato in età matura, Jack Aubrey e Stephen Maturin gli saranno fedeli, solidali e inseparabili compagni fino alla fine del viaggio della sua esistenza (l’ultimo libro, il ventunesimo della saga, si interrompe, incompiuto, al terzo capitolo).

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria). Io e Henry – Jonathan Ames

Non è immediato comprendere perché questo romanzo abbia meritato un posto importante nella grande letteratura di fine secolo, dal momento che il tema del diario erotico anticonvenzionale (che fa da motore a tutta la vicenda), era già stato trattato benissimo una trentina di anni prima dalla grande penna di Philip Roth.

Eppure, ci sono cose che rendono assolutamente irresistibile il registro di Ames.

Come, ad esempio, il rifiuto per la realtà che lo circonda che però, come variazione essenziale sul tema, non nasce dell’impossibilità dell’accettazione del mondo quale si presenta, o chissà quale trauma o sofferenza, non esiste vera disperazione nelle pagine di Ames.

L’unico momento di “crisi” è rappresentato da una riproposizione del tormento di Arturo Baldini che nelle parole di Ames diventa puro esercizio di stile, credibile come i vestiti alla Fitzgerald tanto amati dal suo protagonista.

Ames scrive per divertire, è l’amico bizzarro che con la sua incredibile curiosità per ogni tipo di esperienza nella vita ha sempre qualcosa da raccontare e noi, spesso costretti da regole castranti e per di più con la necessità di barcamenarci con le poche fiches che abbiamo per sopravvivere, finiamo per somigliare, più di quanto ci faccia piacere ammettere, all’incredibile Henry.

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Il meraviglioso (e terribile) viaggio di Martin Eden

Cosa nasconde la società dietro le apparenze e cosa accade quando si svelano i meccanismi che animano il mondo?

Jack London con il suo Martin Eden fa un viaggio che è quanto di più meraviglioso (e al tempo stesso spaventoso) uno scrittore possa fare: si divide e poi moltiplica nei personaggi del suo libro in un fantastico gioco.

Mentre critica ferocemente le riviste letterarie per bocca dei suoi alter ego Eden e Brissenden la sua opera (Martin Eden) viene pubblicata a puntate su una rivista letteraria, dopo che il suo personaggio, aspirante scrittore ha trovato nelle campane nuziali – con non poche tribolazioni e sofferenze – la formula vincente per scrivere un finale perché una storia possa avere successo, con un colpo di genio le sostituisce con quelle funebri.

Prima ancora, tramite l’altro suo alter ego Joe Dawson (lavandaio, alcolizzato e poi vagabondo come London nella vita reale), ci porta nella schiavitù della condizione operaia e ci convince della necessità della filosofia socialista poi col suo Eden critica il socialismo virando verso il superomismo di Nietzsche, salvo poi abbandonarlo quando la vera realtà dell’esistenza si svela.

Per quasi tutta l’opera ci sembra quasi una storia di riscatto dove alle macchine delle avventure di Dumas del Conte di Montecristo viene sostituita quella filosofica letteraria dell’universo di Eden ma nel finale diventa una delle prime potenti narrazioni – con la discesa, progressiva e inevitabile, dopo che il mondo gli si è rivelato con tutte le sue pochezze e disillusioni in quella che lui chiama la valle delle ombre – sulla depressione.

Depressione che diventa insuperabile quando il grande amore per Ruth (dal quale lui stesso tramite Brissenden aveva provato a mettersi in guardia) si scopre solo un’illusione (straordinario il cambio del lessico man mano lei gli si riveli sempre meno all’altezza della sua mente) e la società borghese si rivela anche essa vuota di contenuti e talenti, come il mondo letterario mosso solo dalle mode e dai facili interessi. E quando persino la bellezza e l’amore senza riserve o interessi di Lizzie – non basta essere amati per poter riamare – non rischiarano per nulla le sue ombre.

Capire troppo, sapere troppo in anticipo quello che è intorno a noi porta a un’inevitabile infelicità. E Martin Eden precede Gregory House quasi di un secolo…

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria): Notte sull’acqua – Ken Follet

C’è poco da fare, la maggior parte di noi che passiamo la vita a scrivere usiamo la scrittura per nascondere dietro a piccole storie grandi temi, ricercando magari il famoso particolare che per incanto possa diventare universale.

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Poi arriva uno, ovviamente geniale, che fa l’operazione esattamente opposta, prende temi giganteschi (dall’antisemitismo all’emancipazione femminile passando per una guerra mondiale) e li mette a servizio di piccole storie con un solo unico scopo: farti vivere un’avventura.

Ricordate da bambini quando si “giocava a…” ? Con Ken Follet ti ritrovi esattamente in quelle storie lì.

Con Notte sull’acqua giochi a fare il ladro gentiluomo, il marito (quasi) inconsolabile, il ragazzino ribelle col destino da eroe e tanto altro.

Il tutto condito da voli notturni, suspence, tempeste, sparatorie, rincorse, farabutti, nazisti, scienziati e quanto ancora  la vostra immaginazione potrebbe desiderare.

Un vero spasso insomma.

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E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria): Ethan Frome – Edith Wharton

Non il testo più celebre della Wharton ma, probabilmente, uno di quelli che andrebbero recuperati.

Mai come in Ethan Frome la “società della ricchezza” della Wharton viene messa – pur se del tutto assente – al centro della narrazione insieme al tema della prigionia – vero protagonista – che assume, nel finale, un gusto tanto grottesco da risultare contemporaneo, riscattando il romanzo dai segni del tempo che il cambiamento di costumi ha solcato in maniera impietosa.

Layla Copertina

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Ethan Frome e la sua amata Mattie Silver nascono prigionieri della loro misera condizione economica e né l’intelligenza e il talento di Ethan né la passione e la bellezza di Mattie né, meno che meno, l’amore immenso che i due provano potrà liberarli anzi, il drammatico tentativo di fuga dalla loro prigionia li farà precipitare in una costrizione ancora più profonda dove la povera e incolpevole Zeena farà da carceriere – in uno dei finali più scioccanti e claustrofobici mai composti per un romanzo del genere – a quello che resta dei due infelici amanti.

Ethan Frome 01

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