SNAP! – IL BAR DELLE GRANDI SPERANZE

Con un titolo che si rifà al buon Charles Dickens, il Bar delle grandi speranze non poteva – per noi che della scrittura ne abbiamo fatto un lavoro – non farsi notare tra i titoli dalle varie piattaforme.

E, bella conferma, Dickens c’entra davvero con la storia, sia perché dà il nome al bar che diventa un po’ il centro di formazione e scoperta (non solo letteraria, come ogni buon libro dovrebbe fare), del giovanissimo protagonista, sia perché parla, a modo suo, di un (quasi) orfano costretto a inventarsi un posto nel mondo.

E c’entra anche perché il film è tratto dal bel libro (molto autobiografico), “The tender bar” di J. R. Moehringer (quello di Open di Agassi), che omaggia Dickens se non altro per la necessità, scoperta anche grazie a lui, di diventare scrittore.

Gran bel cast, da Tye Sheridan (il protagonista adolescente) a Daniel Ranieri (il protagonista bambino), dal nonno (molto dickensiano, per restare in tema), Christopher Lloyd, alla madre single Lily Rabe, fino a Briana Middleton, perfetta nel ruolo della (quasi)fidanzata sexy, carina e odiosa.

Una nota a parte merita Ben Affleck (che in qualche modo finirà per diventare nella vita di J.R. più importante del padre), forse non è uno di quei grandi attori capaci di interpretare qualsiasi personaggio, ma in alcuni ruoli è perfetto. E questo è uno di quelli.

Bellissima la fotografia di Martin Ruhe, perfettamente al servizio della storia e della regia di George Clooney, più concentrata sul racconto e sugli attori che a voler dimostrare autocompiaciuti virtuosismi.

Una bella boccata di ossigeno insomma.

Lo trovate su Amazon Prime.

Esile/SNAP! – JACK REACHER

Spiegare quella specie di ossessione che prende noi appassionati, magari cresciuti con Proust, Fitzgerald e Tolstoj, per Jack Reacher è operazione tutt’altro che semplice.

Che un autore lanci una serie di libri dedicati a personaggi ricorrenti è abbastanza comune, anche a casa nostra non mancano grandi esempi (da De Giovanni a Carofiglio), ma che un autore crei un unico personaggio e lo segua per tutta la vita – Lee Child scrive del suo Jack Reacher dal 1996 – è già meno comune e qualcosa inizia a dirci.

Alan Ritchson

L’aspetto più sorprendente dell’opera di Child è che parta, più o meno sempre, da un assunto semplicissimo: Jack Reacher è il buono che, per una fortuita circostanza, si trova sulla stessa strada di uno o più cattivi e, grazie alle sue abilità fisiche e mentali li sconfigge. Punto. Fine. Banale fino a sembrare noioso.

E invece non è così.

Lee Child è un maestro nel costruire “i cattivi”. Gli antagonisti (che siano una persona, una situazione o una città), nella penna dell’autore britannico diventano qualcosa di particolarmente “odioso”, che sia per interesse, ottusità, cattiveria o forza bruta poco importa. Senza loro, i ventisei (26!) libri su Reacher non sarebbero diversi dalle centinaia di buone storie che escono ogni anno dalla penna di abilissimi artigiani del genere.

Jack Reacher, dal canto suo, è un personaggio unico, per quanto riprenda il mito del cavaliere solitario. Congedato con onore all’indomani della caduta del muro di Berlino col grado di Maggiore dalla centodecima divisione nella Polizia Militare dell’esercito USA, viaggia ininterrottamente, tra autostop e autobus lungo tutto i 50 Stati americani (con piccole sortite fuori dal Continente). Non ha bagagli e non possiede nulla oltre uno spazzolino da denti pieghevole e gli abiti che indossa.

Jack Reacher è la massima negazione mai raccontata del Sogno Americano (che poi è il sogno occidentale) che, per giunta, non ha alcuna simpatia per l’immaginario orientale (spesso diventato new-age) o invidia per il mito del buon selvaggio. In poche parole, non disdegna il lusso ma non crede che una bella auto possa valere qualche anno di lavoro, ama le donne ma non abbastanza per poter rinunciare alla propria libertà.

Da un paio di giorni è stato rilasciato il trailer di una serie Amazon Prime dedicata ai libri di Child con Alan Ritchson (fisicamente forse un po’ troppo bodybuilder, anche se di viso ha una buona somiglianza con Child/Reacher), che si affianca ai due film con Tom Cruise (altro appassionatissimo fan di Reacher) già usciti in questi anni.

Il buon Ritchson, saprà rendere oltre all’azione anche una certa sofferenza, quasi poetica, del nostro Jack? Il rischio che diventi una baracconata anni ’80 è dietro l’angolo.

In ogni caso, continuerò ad aspettare Jack, nella sua prossima capatina in Europa, qui a Napoli, per fargli capire cosa può essere davvero un caffè…

Dal 4 febbraio su Amazon Prime.

SNAP! – COLIN IN BLACK & WHITE

È davvero molto raro imbattersi in un prodotto così bello e importante allo stesso tempo, solo per fare un esempio, per quanto fosse importante, l’altra opera di Ava DuVernay – When They See Us – per quanto importante per il tema, non arrivava a questa bellezza narrativa.

Colin in Black & White è invece toccato da quello stato di grazia che fa funzionare tutto, e per tutto voglio intendere le tantissime idee che accompagnano il racconto della nascita di una delle stelle dello sport Colin Kaepernick che con il suo impegno è andato molto oltre i meriti del campo da gioco, tra le altre cose, il gesto di tenere un ginocchio a terra per protesta contro le aggressioni a sfondo razzista l’ha “inventato” lui nel 2017.

La vita del giovane Colin – un bravissimo Jaden Michael – scorre su un maxi schermo come fosse un teen-drama con il vero Colin a fare da presenza e voce fuori campo, al di qua della quarta parete, alternando la parte recitata con alcuni interventi che snocciolano storia, statistiche, studi sociali e cronaca così che concetti come le micro-aggressioni o il “nero accettabile” possano essere compresi, non tanto da chi, privilegiato, non le ha mai subite, ma almeno da chi – e la platea qui si fa grandissima e riguarda tutti noi anche italiani – perché queste categorie valgono non soltanto per i neri ma per ogni fetta di società per qualche motivo discriminata: donne, meridionali, gay, persone dell’Est ecc.

Lo trovate su Netflix.

SNAP! – THE STRANGER

E finalmente arriva una serie dall’identità precisa, fiera del suo genere (giallo-thriller), che non si lascia distrarre dalla tentazione di filosofeggiare sulla morale, non cede al fascino dell’estetica del dolore né vuole diventare un trattato di analisi sociale.

Quello portato sullo schermo da Daniel O’Hara e Hannah Quinn, grazie alla sceneggiatura di Danny Brocklehurst che ha saputo tradurre in immagini un’altra bella storia di Harlan Coben è una perfetta variazione sul tema di un evento, neanche troppo straordinario o eccezionale – la rivelazione di una strana bugia – che travolge la vita di un uomo comune, perfetta perché mantiene fino in fondo la promessa di tenere sempre e comunque in scena persone comuni – esempio lampante, il disastroso inseguimento tentato in auto da Richard Armitage a Hannah John-Kamen.

Altro elemento assolutamente di pregio di The Stranger è la scelta di rivolgersi contemporaneamente sia al pubblico adulto sia a quello più giovane con le indagini condotte dal padre da un lato, e il figlio dall’altro che scorono in maniera parallela su un doppio binario, fino all’inevitabile incrocio, rivelando due gruppi con dinamiche, segreti e vite completamente stagne (anche in questo caso senza farne particolare dramma), fino a quando gli eventi non li mettono in comunicazione.

Lo trovate su Netflix.

SNAP! – TRANSPLANT

Ho preferito aspettare otto puntate prima di provare a raccontare un po’ Transplant (su Sky), ultimo medical-drama (degno di nota), arrivato in tv.

Che il genere si sposi benissimo con ritmo e immagini televisive è storia vecchia quanto la tv (il primo medical-drama – City Hospital – è dei primi anni ’50), ma che l’ennesima variazione sul tema possa trovare qualche motivo di interesse nel dinamico e difficile pubblico delle pay-tv (quello che i programmi li cerca e non li subisce, per intenderci), è tutto un altro discorso.

Punto uno. La serie è canadese e non made in USA, cosa in sé che potrebbe significare poco o tanto, ma in questo caso significa moltissimo. Il protagonista è un rifugiato arabo, siriano per la precisione, e lo show punta su un assunto preciso: l’integrazione è l’unica via possibile. E il nome della serie non si riferisce solo all’ambito chirurgico.

Punto due. Perché questo genere possa funzionare davvero ha bisogno di un protagonista carismatico con tanto di interessanti demoni a renderlo unico (inutile ri-citare la genialità, assolutamente da manuale, nella costruzione del personaggio di Gregory House), e questo, almeno fino all’ottava puntata, sembra essere il punto forte di Transplant con Hamza Haq perfetto nella parte e, man mano che la narrazione procede, i suoi demoni che iniziano a diventare sempre più evidenti, speriamo che questa linea narrativa si sviluppi e prenda ancora più spazio.

Punto tre. Primo punto, a mio avviso, più debole. I personaggi secondari, al momento troppo poco incisivi, più adatti a prodotti patinati che a quello che, viste le premesse, Transplant vorrebbe essere.

Punto quattro. Altro punto abbastanza debole o non sufficientemente forte – i casi medici. È vero che la scelta di ambientare lo show nella medicina d’urgenza ha liberato Joseph Kay (il creatore della serie), dalla necessità di farci appassionare alla scoperta della soluzione ed è anche vero che nelle otto stagioni di dott. House si è trattata, probabilmente, ogni patologia possibile che avesse un certo appeal (tanto che nella puntata di Transplant sulla ragazza affetta da CIPA noi spettatori di House sembravamo saperne più dei medici dello York Memorial Hospital), ma qualcosa in più, anche in previsione della sicura (visto il successo), seconda stagione bisognerà inventarsi.

SNAP! – MAID

Maid – la serie da pochissimo arrivata su Netflix tratta dal libro autobiografico di Stephanie Land – è molte cose, e tutte belle o interessanti.

La prima è sicuramente Margaret Qualley, che per chi l’aveva già apprezzata in The Leftlovers e ammirata nell’iconico spot Kenzo del 2016 non è certo una sorpresa, ma che potesse reggere in maniera così perfetta le quasi dieci ore dell’opera – la storia è raccontata/vissuta da lei in prima persona, non accade quasi nulla senza di lei in scena – è una bella conferma, difficile pensare a quali attori avrebbero sostenuto così bene questo peso.  Bella la scelta di recitare quasi solo con microespressioni senza caricare troppo voce e gesti, se non in pochissime occasioni.

La seconda è il tema principale, la povertà. La povertà negli USA viene, quasi sempre, raccontata in due modi, o come “scenografia” (i classici barboni ai margini delle scene), o come “sconfitta” (donne e uomini, spesso obesi o dediti all’alcol e/o droghe nell’attesa del sussidio). Qui la povertà diventa lo spettro della working class non qualificata che deve lavorare il più possibile per riuscire, integrando assistenza e sussidi, ad arrivare a fine mese.

Altra tema, la violenza psicologica domestica. E anche in questo la Qualley, (ben supportata da Nick Robinson il giovane marito nell’opera), riesce a raccontare benissimo il progressivo annichilimento dato dalla paura, che non è solo quella data da uno scatto d’ira del compagno ma soprattutto del “nero” (attacchi di panico e depressione), nel quale si sente scivolare.

Ultimo punto che voglio di segnalare è la frustrazione, cercata e sapientemente provocata in noi spettatori, dagli autori di Maid. In più di un momento mentre guarderete questa serie vi sentirete frustrati e un po’ arrabbiati con Alex (la protagonista), per alcune sue scelte e comportamenti. È inevitabile. Ed è segno che questo gioiellino stia funzionando benissimo.

(Andie MacDowell che “gioca” a fare l’eccentrica e problematicissima madre di Alex è assolutamente fantastica).

SNAP! – E ADESSO LA PUBBLICITÀ/CLAUDIO BAGLIONI

Ci sono canzoni che sembrano libri o, se proprio vogliamo semplificare, racconti.

Quando la scorsa settimana parlando del bel brano di Elodie, Vertigine (qui per i più curiosi), soffermandomi sulla nuova tendenza commerciale di affidare un brano a tre o quattro autori per incontrare con una certa tranquillità i gusti del pubblico ho scritto che l’aspetto “romantico” dell’autore ne risentiva non poco, sono stato un po’ superficiale e troppo ottimista.

Quello che ne risente sicuramente è l’aspetto letterario dell’opera, nel vero senso del termine. Le canzoni smettono di essere forme letterario/poetiche lunghe qualche minuto per diventare un insieme di blocchi di frasi che vanno dai 10 ai 20 secondi.

Non molto adatte a un ascolto “studiato” con tanto di lettura del testo a fronte ma perfette come sottofondo per i reels di Instagram o i video di Tic Toc.

Sia chiaro, con questo non voglio dire che prima tutte le canzoni fossero baciate dai Dei della letteratura e adesso questo tipo di scrittura non esista più, ma che a dominare vendite e classifiche non vi siano più “autori veri” e che i pochi interessanti in tal senso (i primi che mi vengono in mente: Fulminacci, Giò Evan e la Vicario), stiano un po’ ai margini qualcosa pure vorrà dire.

(In Adesso la pubblicità, Baglioni apre con un’immagine – una ragazza che guarda da dietro a un vetro – poi fotografa le storie di quattro personaggi, suggerendone vissuto, classe sociale, istruzione, destini e, prima di chiudere, riesce a metterci dentro – in punta di fioretto – anche lo stridore tra la realtà vissuta e quella raccontata in quell’Italia che nel pieno dell’illusione degli anni ’80 iniziava a rimbambirsi di sogni televisivi piuttosto che affrontare le difficoltà dell’esistenza, per poi chiudere sulla stessa immagine iniziale lasciando – mi si passi il lessico un po’ baglioniano – un lumicino di speranza).

E no, non basta infilare la parola “anima” (magari ripetuta una decina di volte), per scrivere un testo da “autore vero”.

SNAP! – VERTIGINE/ELODIE

Per il panorama italiano la musica non è mai stata tanto “commerciale” (senza voler dare alcuna accezione negativa al termine), come in questa ultima stagione che, grazie soprattutto ai social, ha completamente riscritto le regole dI mercato, marketing e fruizione.L’ultima canzone di Elodie sembra esserne il perfetto paradigma con la cantante sempre meno interprete e sempre più performer e la costruzione del brano studiata e realizzata con la stessa cura che si userebbe per la creazione e il lancio di una nuova vettura.

Per scrivere questo brano (sicuramente bello e “funzionante”), sono state chiamate quattro persone: Elisa (che non credo abbia bisogno di specifiche), Durdast (tra i suoi successi, solo nel 2021, Glicine di Noemi, Voce di Madame e La Genesi del tuo colore di Irama), Davide Petrella (quello di Pamplona di Fabri Fibra, Vorrei ma non posto di J-Ax e Fenomenale della Nannini), e Federica Abbate (sono sue Roma-Bangkok di Baby K. e Nessun grado di separazione della Michielin).

Certo un po’ l’aspetto romantico dell’autore che ti vende un mondo va un po’ a farsi benedire ma, evidentemente, questo approccio ha i suoi grandi vantaggi.Unica nota un po’ surreale, possibile che i quattro autori, più l’interprete, abbiano licenziato senza troppa pena la frase: “vorrei soltanto che mi porti per mano” quando “vorrei soltanto mi portassi per mano” ha la stessa identica metrica?

SNAP! – MIDNIGHT MASS

L’errore peggiore che si possa fare nell’approcciarsi a quest’opera di Mike Flanagan è considerarla un horror. Vero è che sarà in quel genere che la trovereste, su Netflix, ma Midnight mass è horror tanto quanto Jesus Christ Superstar è (solo) un musical. Casomai decideste di organizzare una serata horror, con tanto di ragazze, sperando che qualche brivido di paura riduca drasticamente le distanze con loro (ammesso che questo tipo di serata ancora esistano), avreste scelto la serie sbagliata. Per certe cose il buio in sala andava benissimo con Grease, non certo con Jesus Christ Superstar, giusto per tornare all’esempio del musical sopra.

Midnight mass è un’opera dolente che in sette puntate muove una critica ferocissima alle religioni ma non per quanto di deviato possano diventare nella loro secolarizzazione ma proprio per quanto di “presuntuoso” sottenda alla loro stessa creazione, per quanto di “estremo” ci sia, da parte degli esseri umani, nel voler spiegare – pur introducendo dogmi inspiegabili – il grande mistero (insensato) della vita attribuendosene l’esclusiva certezza della Verità.

Logico, visto nell’ottica di un americano, che la religione prescelta per compiere questo processo sia la un po’ esotica – dal loro punto di vista – e radicatissima nel mondo religione Cattolico Cristiana, con le sue tradizioni, riti e liturgie (non a caso il titolo rimanda alla celebrazione più importante del culto, la messa della mezzanotte di Pasqua).

Livello di recitazione altissimo, dai protagonisti (Zach Gilford, Samantha Sloyan), ai personaggi minori (Henry Thomas, qui interpreta Ed, è la dimostrazione del vecchio adagio che recita “non esistono piccoli ruoli ma solo piccoli attori”).

A Kete Siegel, Flanagan affida un monologo da brividi nel sottofinale che riesce, con maestria, a non scadere in un panteismo banale da newage ma, grazie all’ottima scrittura geometrica dell’intera opera, si ricollega alla spiegazione fatta, quasi a inizio serie, sulla nascita delle religioni chiudendo un cerchio che è un motivo di luce e speranza, come i due ragazzi che si “bastano” per quello che già sono in un “qui e ora” irripetibile quanto certamente autentico.

Lo trovate su Netflix.

SNAP! – THE WHITE LOTUS

Cosa fare quando non puoi permetterti un cast da milioni di dollari (a testa) ma devi arrangiarti, si fa per dire, con Alexandra Daddario, Molly Shannon, Murray Bartlett, Sydney Sweeney, Jake Lacy e altri bravi ma non celeberrimi comprimari?

Sydney Sweeney e Brittany O’Grady

Semplice, scrivi una prima puntata che sembra uscita dal manualecome scrivere una grande prima puntata” – strizzando l’occhio alla migliore tradizione della narrativa breve americana – accordi gli attori meglio di un direttore d’orchestra, risparmi un po’ sulla fotografia per concentrarti sul ritmo e il gioco è fatto.

Semplice, dicevo. A patto di avere il talento di Mike White, uno che si è formato scrivendo Dawson’s Creek, che a 37 anni aveva già tre candidature agli Independent Spirit Awards e che trasforma (proprio in The White Lotus), lo shock del coming out del padre (reverendo), in una storia profonda quanto divertente.

Ed è proprio questa volontà di giocare con la realtà quotidiana e i suoi piccoli drammi (senza dover necessariamente scomodare chissà quali avvenimenti straordinari), che legano The White Lotus a quella letteratura che citavo in apertura e,  a questo proposito, basta assistere alla tensione e al disagio che le due adolescenti riescono a creare alla neo sposa trofeo Daddario e come, una banalità come l’errore sulla prenotazione di una camera sveli, nell’avanzare della storia, la vera natura di alcuni personaggi.

In programmazione su Sky.