Il libro in Vetrina: Layla

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The Queen’s Gambit

Può il gioco degli scacchi diventare esaltante e cinematografico anche per chi di scacchi capisce poco o nulla? Se siete appassionati di “belle storie” e avete visto o guarderete The Queen’s Gambit sicuramente la risposta è sì.

Non badate al titolo italiano “La regina degli scacchi” il titolo originale  – che poi è quello pensato dal genio dello scrittore Walter Tevis – suoi anche The Hustler (tradotto con Lo spaccone, indimenticabile film con Paul Newman) e L’uomo che cadde sulla terra (primo film da attore di David Bowie) – ha un significato molto più complesso (proprio come questa miniserie), dove Gambit significa “gambetto” che si usa per indicare  una mossa degli scacchi e suona come “il sacrificio della Regina”.

Anya Taylor-Joy, la protagonista del film è bravissima e regge perfettamente quasi sei delle sette puntate della miniserie, ma senza Isla Johnston che interpreta in maniera straordinaria la stessa protagonista da ragazzina il personaggio di Beth Harmon non avrebbe la stessa potenza e credibilità.

Può il gioco più antico del mondo godere in maniera sana di “effetti speciali”? Certo. Le scene dei pezzi che calano giù dal soffitto come statue di una cattedrale gotica sono stupende e funzionali.

Altra mossa vincente, anche grazie a The Queen’s Gambit, scopriamo che gli elementi che saranno caratteristici di un personaggio si possono introdurre senza doverli spiegare con voci fuori campo, 50 flashback e 12 dialoghi. La nascita della passione per la moda di Beth (che diventa un piacere per lo sguardo degli spettatori visto che indossa molto bene il meglio dei vestiti anni ’50 e ’60) si origina da un paio di piccoli dispiaceri e non da mega drammi.

In conclusione, davvero un bel coming of age con tanto di riscatto personale, deliziosamente femminista, che inizia con un incidente e termina su di un tavolino a Mosca. Da non perdere.

(in programmazione su Netflix)

Il meraviglioso (e terribile) viaggio di Martin Eden

Cosa nasconde la società dietro le apparenze e cosa accade quando si svelano i meccanismi che animano il mondo?

Jack London con il suo Martin Eden fa un viaggio che è quanto di più meraviglioso (e al tempo stesso spaventoso) uno scrittore possa fare: si divide e poi moltiplica nei personaggi del suo libro in un fantastico gioco.

Mentre critica ferocemente le riviste letterarie per bocca dei suoi alter ego Eden e Brissenden la sua opera (Martin Eden) viene pubblicata a puntate su una rivista letteraria, dopo che il suo personaggio, aspirante scrittore ha trovato nelle campane nuziali – con non poche tribolazioni e sofferenze – la formula vincente per scrivere un finale perché una storia possa avere successo, con un colpo di genio le sostituisce con quelle funebri.

Prima ancora, tramite l’altro suo alter ego Joe Dawson (lavandaio, alcolizzato e poi vagabondo come London nella vita reale), ci porta nella schiavitù della condizione operaia e ci convince della necessità della filosofia socialista poi col suo Eden critica il socialismo virando verso il superomismo di Nietzsche, salvo poi abbandonarlo quando la vera realtà dell’esistenza si svela.

Per quasi tutta l’opera ci sembra quasi una storia di riscatto dove alle macchine delle avventure di Dumas del Conte di Montecristo viene sostituita quella filosofica letteraria dell’universo di Eden ma nel finale diventa una delle prime potenti narrazioni – con la discesa, progressiva e inevitabile, dopo che il mondo gli si è rivelato con tutte le sue pochezze e disillusioni in quella che lui chiama la valle delle ombre – sulla depressione.

Depressione che diventa insuperabile quando il grande amore per Ruth (dal quale lui stesso tramite Brissenden aveva provato a mettersi in guardia) si scopre solo un’illusione (straordinario il cambio del lessico man mano lei gli si riveli sempre meno all’altezza della sua mente) e la società borghese si rivela anche essa vuota di contenuti e talenti, come il mondo letterario mosso solo dalle mode e dai facili interessi. E quando persino la bellezza e l’amore senza riserve o interessi di Lizzie – non basta essere amati per poter riamare – non rischiarano per nulla le sue ombre.

Capire troppo, sapere troppo in anticipo quello che è intorno a noi porta a un’inevitabile infelicità. E Martin Eden precede Gregory House quasi di un secolo…

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria): Notte sull’acqua – Ken Follet

C’è poco da fare, la maggior parte di noi che passiamo la vita a scrivere usiamo la scrittura per nascondere dietro a piccole storie grandi temi, ricercando magari il famoso particolare che per incanto possa diventare universale.

Hai già letto Layla? Scopri di più!

Poi arriva uno, ovviamente geniale, che fa l’operazione esattamente opposta, prende temi giganteschi (dall’antisemitismo all’emancipazione femminile passando per una guerra mondiale) e li mette a servizio di piccole storie con un solo unico scopo: farti vivere un’avventura.

Ricordate da bambini quando si “giocava a…” ? Con Ken Follet ti ritrovi esattamente in quelle storie lì.

Con Notte sull’acqua giochi a fare il ladro gentiluomo, il marito (quasi) inconsolabile, il ragazzino ribelle col destino da eroe e tanto altro.

Il tutto condito da voli notturni, suspence, tempeste, sparatorie, rincorse, farabutti, nazisti, scienziati e quanto ancora  la vostra immaginazione potrebbe desiderare.

Un vero spasso insomma.

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Una storia sulla maternità che non ti aspetti..

L’aspetto più interessante di “Little fires everywhere” (la trovate su Amazon Prime) è il ribaltamento che alla fine fa dell’attualissimo dibattito sulla maternità (obbligo? scelta? necessità?) che pone sempre più l’accento e il punto di vista sulle donne e sempre meno sul “prodotto” della scelta che non è solo il dover rinunciare, modificare o riprogrammare la vita della madre tra carriera, affetti ecc, ma anche il dovere fare in conti con delle nuove esistenze che, passato il momento di massimo appagamento o frustrazione dei genitori, quello del bisogno assoluto dei figli nei loro confronti, si apre a questioni molto più grandi come il dover fare i conti con persone “altre” da loro.

Bella – anche se non originalissima – l’idea che le figlie delle due protagoniste/antagoniste (Kerry Washington e Reese Witherspoon) trovino molta più affinità con le rispettive madri  e che entrambe le madri protagoniste abbiano avuto un rapporto disastroso con le proprie pessime madri. (L’uso ripetitivo del termine “madre” è voluto).

Bellissima scrittura, bellissime le foto mostrate (la Washington interpreta un’artista), straordinaria – in molti punti – la recitazione di tutto il cast (menzione speciale ai ragazzi , Megan Scott su tutti, che fanno sembrare la maggior parte dei nostri prodotti poco più che recite da oratorio).

Megan Scott

Tanti (forse troppi) i temi toccati, ma sempre funzionali al racconto della storia e alla crescita dei personaggi.

Una storia di formazione, un drama, uno spaccato sociale raccontato con il ritmo di un thriller.

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The Society, vale la pena guardarlo?

Con The Society (lo trovate su Netflix) siamo dalle parti del presente distopico che nei manuali di narrazione viene chiamato “what if” vale a dire: “cosa accadrebbe se…

E cosa accadrebbe se da West Ham, una cittadina con qualche centinaio di abitanti, sparissero adulti, anziani e bambini e restassero solo i ragazzi? E se insieme agli adulti sparisse anche ogni altra forma di civiltà facendo sì che West Ham, fosse l’unico posto abitato al mondo?

Maneggiare l’ennesima declinazione de Il signore delle mosche in maniera convincente e appassionante non è certo materia semplice, ma l’idea di ribaltare completamente lo scenario e trasportare tutto in una arena ricca, lussuosa e iper civilizzata dove a vivere quanto accade sono ragazzi ben consapevoli del loro background costituito dalla visione di tante serie tv (stupende le citazioni non esplicitate a House of card e al dr. House) che poi sono le stesse dello spettatore (a differenza del libro di Golding) crea una gustosa fruizione nello spettatore.

Toby Wallace

Restando nel campo delle citazioni, una menzione speciale va a Toby Wallace che con il suo Campbell riesce a farsi odiare quasi quanto Jack Gleeson per il suo Joffrey Baratheon ne Il trono di spade. Da Il trono di spade gli autori di The Society hanno imparato anche che far morire un protagonista (quindi un personaggio costruito con grandissima attenzione) non è più considerato un errore, un qualcosa che crea disaffezione nel pubblico.

Da segnalare anche il livello medio della recitazione che resta, ahinoi, altissimo rispetto alle produzioni nostrane.

Kathryn Newton

Peccato solo per la mancanza di un po’ di cattiveria (e coraggio) in più da parte degli autori, forse avrebbero perso un po’ di spettatori teen ma, di sicuro, avrebbero reso l’opera ancora più interessante.

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Sabato 8 agosto, Massimo Piccolo e Layla per Agosto al Castello ad Ariano Irpino.

Sabato 8 agosto, alle ore 18, nell’ambito della rassegna Agosto al Castello, Massimo Piccolo sarà ospite dell’Associazione Il Vizio di Leggere per presentare il grande successo di Layla.

A parlarne con l’autore la presidentessa dell’associazione la professoressa Carla Moccia insieme alle professoresse Marika Luparella e Mara Polo. Continua a leggere