SNAP! – COLIN IN BLACK & WHITE

È davvero molto raro imbattersi in un prodotto così bello e importante allo stesso tempo, solo per fare un esempio, per quanto fosse importante, l’altra opera di Ava DuVernay – When They See Us – per quanto importante per il tema, non arrivava a questa bellezza narrativa.

Colin in Black & White è invece toccato da quello stato di grazia che fa funzionare tutto, e per tutto voglio intendere le tantissime idee che accompagnano il racconto della nascita di una delle stelle dello sport Colin Kaepernick che con il suo impegno è andato molto oltre i meriti del campo da gioco, tra le altre cose, il gesto di tenere un ginocchio a terra per protesta contro le aggressioni a sfondo razzista l’ha “inventato” lui nel 2017.

La vita del giovane Colin – un bravissimo Jaden Michael – scorre su un maxi schermo come fosse un teen-drama con il vero Colin a fare da presenza e voce fuori campo, al di qua della quarta parete, alternando la parte recitata con alcuni interventi che snocciolano storia, statistiche, studi sociali e cronaca così che concetti come le micro-aggressioni o il “nero accettabile” possano essere compresi, non tanto da chi, privilegiato, non le ha mai subite, ma almeno da chi – e la platea qui si fa grandissima e riguarda tutti noi anche italiani – perché queste categorie valgono non soltanto per i neri ma per ogni fetta di società per qualche motivo discriminata: donne, meridionali, gay, persone dell’Est ecc.

Lo trovate su Netflix.

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria):  L’uomo invisibile – Herbert G. Wells

Almeno due sono le cose che fanno di questo caposaldo della fantascienza uno di quei libri da leggere al di là delle preferenze del genere e della data di pubblicazione, e sono due intuizioni “geniali” del nostro Wells.

Descrizioni, ritmo, fantasia nelle imprevedibili implicazioni negative del diventare invisibile (davanti a questa prospettiva non è che la prima cosa che si va a pensare è “come diavolo farò a coprirmi per difendermi dal freddo?”), un bello spaccato sulla società di fine ‘900 in Inghilterra, il valore della scoperta scientifica (in una società ancora non del tutto pronta). Tutte cose raccontate in modo egregio da un grande narratore. Ma non sono queste le due che dicevo sopra.

Il “montaggio”, o più esplicitamente la linea temporale che usa Wells per raccontare la sua storia. Già dalla prima pagina siamo catapultati in una vicenda nel pieno della sua evoluzione e solo dopo un bel po’ che abbiamo preso confidenza col protagonista l’autore ci accorderà il privilegio di raccontarci quanto successo in precedenza. Geniale.

Seconda cosa. Jack Griffin/l’uomo invisibile è un albino, e per questa sua particolarità che lo rendeva visibilissimo tra la gente (a 20 anni aveva capelli e baffi completamente bianchi), veniva sistematicamente ignorato e messo da parte dagli altri. Gli ci vorrà il dono (condanna) dell’invisibilità per diventare il più ricercato, temuto e considerato da tutti. Geniale.

SNAP! – THE STRANGER

E finalmente arriva una serie dall’identità precisa, fiera del suo genere (giallo-thriller), che non si lascia distrarre dalla tentazione di filosofeggiare sulla morale, non cede al fascino dell’estetica del dolore né vuole diventare un trattato di analisi sociale.

Quello portato sullo schermo da Daniel O’Hara e Hannah Quinn, grazie alla sceneggiatura di Danny Brocklehurst che ha saputo tradurre in immagini un’altra bella storia di Harlan Coben è una perfetta variazione sul tema di un evento, neanche troppo straordinario o eccezionale – la rivelazione di una strana bugia – che travolge la vita di un uomo comune, perfetta perché mantiene fino in fondo la promessa di tenere sempre e comunque in scena persone comuni – esempio lampante, il disastroso inseguimento tentato in auto da Richard Armitage a Hannah John-Kamen.

Altro elemento assolutamente di pregio di The Stranger è la scelta di rivolgersi contemporaneamente sia al pubblico adulto sia a quello più giovane con le indagini condotte dal padre da un lato, e il figlio dall’altro che scorono in maniera parallela su un doppio binario, fino all’inevitabile incrocio, rivelando due gruppi con dinamiche, segreti e vite completamente stagne (anche in questo caso senza farne particolare dramma), fino a quando gli eventi non li mettono in comunicazione.

Lo trovate su Netflix.

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria):  I viaggi di Gulliver – Jonathan Swift

E qui, più che il valore letterario, entra la mia passione per quella scintilla che molto di rado vediamo brillare in qualche nostro simile che riesce a farlo sopravvivere al poco tempo che l’esistenza ci concede.

E, valore assolutamente aggiunto, lo fa grazie a una visione fantastica, il più grosso privilegio che, inconsapevolmente, l’evoluzione ci ha regalato.

Se, dopo 300 anni, ancora lasciamo qualche ora in vita Jonathan Swift a raccontarci questa storia, non è certo per la volontà di satira sulla sua società, la corona inglese, le corti europee, la corruzione dell’uomo (ma più della donna, da buon irlandese del tempo), l’inutilità della guerra ecc ecc.

Se decidiamo di farci fare ancora un po’ compagnia da Swift è per la sontuosa fantasia, saccheggiata in questi tre secoli dai narratori di tutto il mondo, non solo “lillipuziano” (dal primo, e più celebre, episodio del libro), è diventato un vocabolo di uso comune in tantissime lingue, ma se vediamo cartoni animati con città sospese oltre le nuvole, cavalli parlanti, morti intermittenti e storie con Paesi abitati da giganti un po’ è anche merito suo.

SNAP! – TRANSPLANT

Ho preferito aspettare otto puntate prima di provare a raccontare un po’ Transplant (su Sky), ultimo medical-drama (degno di nota), arrivato in tv.

Che il genere si sposi benissimo con ritmo e immagini televisive è storia vecchia quanto la tv (il primo medical-drama – City Hospital – è dei primi anni ’50), ma che l’ennesima variazione sul tema possa trovare qualche motivo di interesse nel dinamico e difficile pubblico delle pay-tv (quello che i programmi li cerca e non li subisce, per intenderci), è tutto un altro discorso.

Punto uno. La serie è canadese e non made in USA, cosa in sé che potrebbe significare poco o tanto, ma in questo caso significa moltissimo. Il protagonista è un rifugiato arabo, siriano per la precisione, e lo show punta su un assunto preciso: l’integrazione è l’unica via possibile. E il nome della serie non si riferisce solo all’ambito chirurgico.

Punto due. Perché questo genere possa funzionare davvero ha bisogno di un protagonista carismatico con tanto di interessanti demoni a renderlo unico (inutile ri-citare la genialità, assolutamente da manuale, nella costruzione del personaggio di Gregory House), e questo, almeno fino all’ottava puntata, sembra essere il punto forte di Transplant con Hamza Haq perfetto nella parte e, man mano che la narrazione procede, i suoi demoni che iniziano a diventare sempre più evidenti, speriamo che questa linea narrativa si sviluppi e prenda ancora più spazio.

Punto tre. Primo punto, a mio avviso, più debole. I personaggi secondari, al momento troppo poco incisivi, più adatti a prodotti patinati che a quello che, viste le premesse, Transplant vorrebbe essere.

Punto quattro. Altro punto abbastanza debole o non sufficientemente forte – i casi medici. È vero che la scelta di ambientare lo show nella medicina d’urgenza ha liberato Joseph Kay (il creatore della serie), dalla necessità di farci appassionare alla scoperta della soluzione ed è anche vero che nelle otto stagioni di dott. House si è trattata, probabilmente, ogni patologia possibile che avesse un certo appeal (tanto che nella puntata di Transplant sulla ragazza affetta da CIPA noi spettatori di House sembravamo saperne più dei medici dello York Memorial Hospital), ma qualcosa in più, anche in previsione della sicura (visto il successo), seconda stagione bisognerà inventarsi.

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria):  Klara e il sole – Kazuo Ishiguro

Non è semplice parlare dell’ultimo romanzo di Ishiguro perché, se volessi soffermarmi sui temi che muovono la sua opera, né nuovi, né memorabili come l’ambientalismo e l’allarme per una deriva dove le tecnologie (dalla genetica all’elettronica), rischiano di disumanizzare il mondo, gli farei sicuramente un torto.

La bellezza di “Klara e il sole” va cercata “oltre” tutto questo, nel tentativo che fa l’autore di provare a raccontare quanto di ineffabile esista nel mistero della stessa esistenza e per farlo catapulta il lettore in un presente/futuro intellegibile davvero solo a patto di essere disposi a “resettarsi” e a “riprogrammarsi” accettando di entrare in una profonda empatia con Klara – il giocattolo umanoide dotato di intelligenza artificiale – creato per essere “l’amica del cuore” della ragazzina che l’acquisterà.

Ishiguro non dedica molte parole per spiegare in che tipo di mondo ci si trova e né, per offrire in anticipo, le coordinate per muoversi nella sua storia. Neanche alla fine avremo ben chiaro il funzionamento “tecnico” di Klara (che pure, spesso parla del “suo modo di vedere a settori”), né l’ingresso nella narrazione dello scienziato di turno sarà di molto aiuto, così come il rischioso intervento di potenziamento mentale che i ragazzi che aspirano a trovare un posto nella società sono costretti a subire – per quanto centrale – resta poco più che accennato.

Quello che resta, se si riesce a leggere il mondo con gli occhi robotici di Klara è però la (ri)scoperta di una umanità tanto profonda e legata al valore di ogni singola esistenza da voler – e in qualche modo suscitare – dei miracoli.

SNAP! – MAID

Maid – la serie da pochissimo arrivata su Netflix tratta dal libro autobiografico di Stephanie Land – è molte cose, e tutte belle o interessanti.

La prima è sicuramente Margaret Qualley, che per chi l’aveva già apprezzata in The Leftlovers e ammirata nell’iconico spot Kenzo del 2016 non è certo una sorpresa, ma che potesse reggere in maniera così perfetta le quasi dieci ore dell’opera – la storia è raccontata/vissuta da lei in prima persona, non accade quasi nulla senza di lei in scena – è una bella conferma, difficile pensare a quali attori avrebbero sostenuto così bene questo peso.  Bella la scelta di recitare quasi solo con microespressioni senza caricare troppo voce e gesti, se non in pochissime occasioni.

La seconda è il tema principale, la povertà. La povertà negli USA viene, quasi sempre, raccontata in due modi, o come “scenografia” (i classici barboni ai margini delle scene), o come “sconfitta” (donne e uomini, spesso obesi o dediti all’alcol e/o droghe nell’attesa del sussidio). Qui la povertà diventa lo spettro della working class non qualificata che deve lavorare il più possibile per riuscire, integrando assistenza e sussidi, ad arrivare a fine mese.

Altra tema, la violenza psicologica domestica. E anche in questo la Qualley, (ben supportata da Nick Robinson il giovane marito nell’opera), riesce a raccontare benissimo il progressivo annichilimento dato dalla paura, che non è solo quella data da uno scatto d’ira del compagno ma soprattutto del “nero” (attacchi di panico e depressione), nel quale si sente scivolare.

Ultimo punto che voglio di segnalare è la frustrazione, cercata e sapientemente provocata in noi spettatori, dagli autori di Maid. In più di un momento mentre guarderete questa serie vi sentirete frustrati e un po’ arrabbiati con Alex (la protagonista), per alcune sue scelte e comportamenti. È inevitabile. Ed è segno che questo gioiellino stia funzionando benissimo.

(Andie MacDowell che “gioca” a fare l’eccentrica e problematicissima madre di Alex è assolutamente fantastica).

SNAP! – E ADESSO LA PUBBLICITÀ/CLAUDIO BAGLIONI

Ci sono canzoni che sembrano libri o, se proprio vogliamo semplificare, racconti.

Quando la scorsa settimana parlando del bel brano di Elodie, Vertigine (qui per i più curiosi), soffermandomi sulla nuova tendenza commerciale di affidare un brano a tre o quattro autori per incontrare con una certa tranquillità i gusti del pubblico ho scritto che l’aspetto “romantico” dell’autore ne risentiva non poco, sono stato un po’ superficiale e troppo ottimista.

Quello che ne risente sicuramente è l’aspetto letterario dell’opera, nel vero senso del termine. Le canzoni smettono di essere forme letterario/poetiche lunghe qualche minuto per diventare un insieme di blocchi di frasi che vanno dai 10 ai 20 secondi.

Non molto adatte a un ascolto “studiato” con tanto di lettura del testo a fronte ma perfette come sottofondo per i reels di Instagram o i video di Tic Toc.

Sia chiaro, con questo non voglio dire che prima tutte le canzoni fossero baciate dai Dei della letteratura e adesso questo tipo di scrittura non esista più, ma che a dominare vendite e classifiche non vi siano più “autori veri” e che i pochi interessanti in tal senso (i primi che mi vengono in mente: Fulminacci, Giò Evan e la Vicario), stiano un po’ ai margini qualcosa pure vorrà dire.

(In Adesso la pubblicità, Baglioni apre con un’immagine – una ragazza che guarda da dietro a un vetro – poi fotografa le storie di quattro personaggi, suggerendone vissuto, classe sociale, istruzione, destini e, prima di chiudere, riesce a metterci dentro – in punta di fioretto – anche lo stridore tra la realtà vissuta e quella raccontata in quell’Italia che nel pieno dell’illusione degli anni ’80 iniziava a rimbambirsi di sogni televisivi piuttosto che affrontare le difficoltà dell’esistenza, per poi chiudere sulla stessa immagine iniziale lasciando – mi si passi il lessico un po’ baglioniano – un lumicino di speranza).

E no, non basta infilare la parola “anima” (magari ripetuta una decina di volte), per scrivere un testo da “autore vero”.

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria):  La spinta – Ashley Audrain

Non è un romanzo di facile digestione questa opera prima, credo, della Audrain.

Non lo è per me che, per ovvi motivi, non ho un rapporto viscerale con la maternità figuriamoci per le lettrici.

L’idea che sottende tutta l’opera è semplice quanto spietata: chi l’ha detto che i bambini sono tanto innocenti da poter essere l’emblema del “puro amore”? E, attenzione, questa domanda così dolorosa da infrangere uno degli ultimi tabù della nostra società può essere letta in ambo le direzioni, dalla madre al bambino e dal bambino alla madre.

Uno degli aspetti più interessanti di tutta l’opera è che la Audrain non si limita a una semplice messa in scena ma cerca, e per questo racconta – alternando più voci – di tre generazioni di madri e figli, la possibilità di spiegazioni e motivazioni psicologiche nei vari comportamenti rendendo, per quanto doloroso, il tutto molto credibile.

E, colpo di genio, fa tutto questo cucendolo in un vero thriller, veloce e godibilissimo con tanto di suspence, colpi di scena e azione.

Avessi qualcosa da scommettere punterei su questo titolo come successo planetario a “La verità sul caso Harry Quebert”, e, fantasticando sul cast per la sicura trasposizione seriale, una Margot Robbie nei panni della protagonista.

SNAP! – VERTIGINE/ELODIE

Per il panorama italiano la musica non è mai stata tanto “commerciale” (senza voler dare alcuna accezione negativa al termine), come in questa ultima stagione che, grazie soprattutto ai social, ha completamente riscritto le regole dI mercato, marketing e fruizione.L’ultima canzone di Elodie sembra esserne il perfetto paradigma con la cantante sempre meno interprete e sempre più performer e la costruzione del brano studiata e realizzata con la stessa cura che si userebbe per la creazione e il lancio di una nuova vettura.

Per scrivere questo brano (sicuramente bello e “funzionante”), sono state chiamate quattro persone: Elisa (che non credo abbia bisogno di specifiche), Durdast (tra i suoi successi, solo nel 2021, Glicine di Noemi, Voce di Madame e La Genesi del tuo colore di Irama), Davide Petrella (quello di Pamplona di Fabri Fibra, Vorrei ma non posto di J-Ax e Fenomenale della Nannini), e Federica Abbate (sono sue Roma-Bangkok di Baby K. e Nessun grado di separazione della Michielin).

Certo un po’ l’aspetto romantico dell’autore che ti vende un mondo va un po’ a farsi benedire ma, evidentemente, questo approccio ha i suoi grandi vantaggi.Unica nota un po’ surreale, possibile che i quattro autori, più l’interprete, abbiano licenziato senza troppa pena la frase: “vorrei soltanto che mi porti per mano” quando “vorrei soltanto mi portassi per mano” ha la stessa identica metrica?