SNAP! – THE WHITE LOTUS

Cosa fare quando non puoi permetterti un cast da milioni di dollari (a testa) ma devi arrangiarti, si fa per dire, con Alexandra Daddario, Molly Shannon, Murray Bartlett, Sydney Sweeney, Jake Lacy e altri bravi ma non celeberrimi comprimari?

Sydney Sweeney e Brittany O’Grady

Semplice, scrivi una prima puntata che sembra uscita dal manualecome scrivere una grande prima puntata” – strizzando l’occhio alla migliore tradizione della narrativa breve americana – accordi gli attori meglio di un direttore d’orchestra, risparmi un po’ sulla fotografia per concentrarti sul ritmo e il gioco è fatto.

Semplice, dicevo. A patto di avere il talento di Mike White, uno che si è formato scrivendo Dawson’s Creek, che a 37 anni aveva già tre candidature agli Independent Spirit Awards e che trasforma (proprio in The White Lotus), lo shock del coming out del padre (reverendo), in una storia profonda quanto divertente.

Ed è proprio questa volontà di giocare con la realtà quotidiana e i suoi piccoli drammi (senza dover necessariamente scomodare chissà quali avvenimenti straordinari), che legano The White Lotus a quella letteratura che citavo in apertura e,  a questo proposito, basta assistere alla tensione e al disagio che le due adolescenti riescono a creare alla neo sposa trofeo Daddario e come, una banalità come l’errore sulla prenotazione di una camera sveli, nell’avanzare della storia, la vera natura di alcuni personaggi.

In programmazione su Sky.

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria):  L’enigma della camera 622 – Joel Dicker

Siamo sinceri, se Joel Dicker non avesse partorito quel successo planetario che è stato “La verità sul caso Harry Quebert” il suo ultimo lavoro “L’enigma della camera 622” avrebbe avuto ben poche probabilità di arrivare nelle librerie di mezzo mondo.

È tanto è innegabile la bravura che sorregge “Harry Quebert” tanto lascia dispiaciuti una certa sciatteria proprio nell’impianto che dovrebbe mantenere l’impalcatura della “Camera 622”, dove Dicker arriva a ignorare persino le regole che lui stesso aveva messo su carta con l’espediente dei due autori in Harry Quebert.

Primo punto, quasi troppo dolente per credere di averlo riscontrato in un libro sicuramente destinato a tanta visibilità: la chiave di volta che sorregge il “colpo di scena” (che poi è il senso di tutto il libro e non a caso arriva poco dopo la metà delle pagine), è assolutamente inverosimile – non ne parlo apertamente per rispetto di chi lo sta leggendo o lo leggerà. Bella l’idea ma del tutto inconcepibile, per una mezza dozzina di motivi, la realizzazione. Grande rammarico, con pochi accorgimenti sarebbe potuta risultare credibile.

Secondo punto, la storia d’amore – che dovrebbe essere il vero motore narrativo – è meno coinvolgente di quelle che si vedono sullo sfondo di una qualsiasi serie tv tra due personaggi secondari. Ambientata (più o meno), ai nostri giorni, non si capisce perché i protagonisti parlino, agiscano e si muovano come protagonisti di un melodramma di fine Ottocento. Piccolo appunto, possibile che l’unica reazione che Dicker riesca a far compiere alle proprie protagoniste sia “piangere singhiozzando”, “rigarsi le guance di pianto” o cose del genere?

L’unica parte che ho trovato sinceramente ispirata (e per questo interessante), è proprio quella che vede lo stesso autore – in un bel gioco di rimandi – protagonista, il suo sincero legame di gratitudine col vecchio editore e l’amore (quello sì intrigante), finito (?) con la sua ex.

SNAP! – NINE PERFECT STRANGERS

Di solito vale sempre la pena aspettare la conclusione di un libro, film o una serie tv prima di esprimere un giudizio, ma, in questo caso, il credito accordato a Nicole Kidman, al bel cast e a Liane Moriarty (autrice della storia, la stessa di Big Little Lies), si esaurisce già molto prima della metà delle puntate previste e quando si arriva, stancamente e per ostinazione, al quinto episodio, l’opinione già abbastanza definita alla fine del secondo episodio si delinea in maniera netta.

Nicole Kidman

Nine perfect strangers non funziona.

L’idea di restare sospesa tra dramma, mistery e giallo è fallimentare perché nessun aspetto della storia – né il dramma, né il mistery né il giallo – riesce mai a catturare l’interesse dello spettatore. Ogni colpo di scena drammatico si allaga nella noia di una narrazione incomprensibilmente compiaciuta, i flash back “mistery” su Masha Dmitrichenko (la Kidman), sono così poco attraenti da rallentare ancora di più un racconto che procede zoppicando.

L’atmosfera un po’ hippy e po’ new age del “centro benessere immerso nella natura” lontanissimi dallo scandalizzare o meravigliare, risulta intrigante quanto una macchinazione dei concorrenti all’isola dei famosi per portare qualcuno al televoto.

In definitiva, se qualcuno ha capito il senso di “Nine perfect strangers”, gliene sarei davvero grato se provasse a spiegarmelo.

In programmazione su Amazon Prime.

SNAP! – CRUEL SUMMER

Più che un mistery-psicologico, come viene pubblicizzato, in realtà è thriller-psicologico di ottima scrittura e realizzazione, con i soliti elevatissimi standard tecnici e recitativi.

Bella e funzionale l’idea del racconto non-lineare (ogni puntata svela lo stesso giorno vissuto dalle protagoniste nei tre anni differenti: 1993,94 e 95), come intelligente e suggestiva è la scelta dei diversi coloring (dal rassicurante, rosa e colorato del primo anno a quello desaturato e molto contrastato del terzo).

Perfette le due protagoniste così come gli altri personaggi. Probabilmente l’apporto di Tia Napolitano (showrunner in grande ascesa), è stato determinante nel trattare un tema così delicato (che è quello di un amore proibito), con grazia, senza mai trovare (as)soluzioni consolatorie o scadere nel voyeurismo.

Tre annotazioni più tecniche, una che mi è piaciuta molto e le altre un po’ meno: bella l’idea di ambientare la storia negli anni ’90 così da sfruttare l’effetto amarcord e dare un motivo in più ai non Y/A di gustarsi il prodotto, non del tutto convincente l’uso di temi sociali, sicuramente interessanti ma che risultano poco funzionali perché non aderenti alla storia, e il secondo finale a effetto perché, per quanto fosse assolutamente logico nell’economia del racconto, non anticipato da nulla.

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SNAP! – PANIC (serie tv)

No, Panic non è un catalogo di pericolose prove da affrontare per i soliti adolescenti annoiati, e chi ne parla in questi termini meriterebbe di passare i prossimi due anni a guardare le fiction Rai/Mediaset.

Con Panic, in realtà, siamo in zona Gioventù bruciata, dove come già per il film del ’56 a essere “bruciato” era il mondo degli adulti e il fatto che la causa della “ribellione” dei ragazzi non fosse di comprensione immediata la prova più difficile da superare per i giovani adulti protagonisti.

Ed è su questo impianto che Lauren Oliver scrive un thriller convincente, puro e godibilissimo.

Da segnalare anche una certa soluzione poetica, e mai banale, della protagonista/narratrice/scrittrice e la bella visione reale e romantica – mai compiaciuta o voyeuristica – del rapporto col sesso dei ragazzi.

(la trovate su Amazon Prime).

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria): Primo comando – Patrick O’Brian

Nella stragrande maggioranza dei casi, quando si decide di iniziare a mettere su carta una storia, lo si fa per il bisogno di dare vita a dei personaggi, e così, per renderli veri almeno quanto tutte le persone che hai incontrato nella vita, gli si crea un mondo credibile intorno.

Per Patrick O’Brian accade l’esatto contrario.

O’Brian parte dalla necessità di mettere in scena il mondo che, in qualche modo, avrebbe voluto vivere, la vita a bordo delle navi da guerra alle fine dell‘700, le battaglie epiche, il codice etico dei marinai, le imprese corsare e così via e ci costruisce intorno un meraviglioso universo narrativo dando vita al Capitano, valoroso quanto impacciato nei rapporti umani, Jack Aubrey e al suo inseparabile amico, il chirurgo, studioso e naturista (nonché spia, ma questo lo si vedrà meglio con il passare del tempo), Stephen Maturin.

E così, di botto, il lettore si trova catapultato su una nave della Royal Navy, un po’ come Maturin nel suo primo viaggio, senza nessuna competenza né del gergo né degli usi ma basta poco per comprendere che se pure non ne sappiamo nulla di controlegacci, quartine, fiocchi e orzate, la mano sapiente di Aubrey-O’Brian ci accompagnerà con cura nella navigazione.

E tale è la bellezza di questa creazione per O’Brian che, dal successo arrivato in età matura, Jack Aubrey e Stephen Maturin gli saranno fedeli, solidali e inseparabili compagni fino alla fine del viaggio della sua esistenza (l’ultimo libro, il ventunesimo della saga, si interrompe, incompiuto, al terzo capitolo).

SNAP! – LA DONNA ALLA FINESTRA

C’è sempre l’ottimo Anton Ego a ricordarci quanto scrivere recensioni che possano stroncare un film (specie se ambizioso e dal cast stellare), sia divertente (per chi scrive e chi le legge), ma, francamente, quello che ho letto in giro su questo film davvero non riesco a comprenderlo.

Amy Adams, presente in scena per tutta la durata della pellicola chiarendo immediatamente che quello che stiamo guardando è una realtà filtrata dalla sua mente, è (come sempre), di una bravura spiazzante. La tensione, progettata al rovescio dell’oscillazione di un pendolo, si muove quasi sempre riuscendo a disegnare movimenti sempre più ampi. La trama, per quanto non lineare, non pare presentare buchi di sceneggiatura. Gli omaggi all’universo di Hitchcock sono chiari e svelati.

Probabilmente non si tratterà di un capolavoro ma, il mio unico rammarico, è non averlo visto in sala.

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria). Io e Henry – Jonathan Ames

Non è immediato comprendere perché questo romanzo abbia meritato un posto importante nella grande letteratura di fine secolo, dal momento che il tema del diario erotico anticonvenzionale (che fa da motore a tutta la vicenda), era già stato trattato benissimo una trentina di anni prima dalla grande penna di Philip Roth.

Eppure, ci sono cose che rendono assolutamente irresistibile il registro di Ames.

Come, ad esempio, il rifiuto per la realtà che lo circonda che però, come variazione essenziale sul tema, non nasce dell’impossibilità dell’accettazione del mondo quale si presenta, o chissà quale trauma o sofferenza, non esiste vera disperazione nelle pagine di Ames.

L’unico momento di “crisi” è rappresentato da una riproposizione del tormento di Arturo Baldini che nelle parole di Ames diventa puro esercizio di stile, credibile come i vestiti alla Fitzgerald tanto amati dal suo protagonista.

Ames scrive per divertire, è l’amico bizzarro che con la sua incredibile curiosità per ogni tipo di esperienza nella vita ha sempre qualcosa da raccontare e noi, spesso costretti da regole castranti e per di più con la necessità di barcamenarci con le poche fiches che abbiamo per sopravvivere, finiamo per somigliare, più di quanto ci faccia piacere ammettere, all’incredibile Henry.

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