Il problema dei contenuti dei media per Karl R. Popper (spiegato coi panini).

Già negli anni ’90, Karl R. Popper metteva in guardia sul grande problema dell’affollamento dei contenuti che, se vero allora per il moltiplicarsi delle emittenti televisive, figuriamoci oggi con gli sterminati aggregatori di contenuti come google o facebook. Affollamento che, sotto la dittatura dell’audience (per vendere spazi pubblicitari o raggiungere like/click poco importa), avrebbe costretto alla produzione di “contenuti sempre più scadenti e sensazionali”.

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Scadenti perché realizzati con sempre meno risorse e tempo, sensazionali perché, per poter essere accettati dal pubblico, avevano bisogno di sapori sempre più forti (sesso, violenza, sensazionalismo), con un apporto “negativo” dal punto di vista del nutrimento mentale.

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La credunoleria popolare con l’avvento dell’Internet diffuso dai social.

Oggi, per le persone culturalmente meno attrezzate, il vecchio adagio che recitava “l’ha detto la televisione, allora è vero” è stato sostituito, a pieno titolo, da “l’ho letto su Internet, allora è vero”.

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A una comunicazione dall’alto come quella televisiva, spiccatamente unidirezionale (dall’emittente allo spettatore passivo), si è sostituita quella dal basso, dei social, spiccatamente bidirezionale (ogni spettatore è anche emittente e viceversa). Continua a leggere

Facebook, e come fu che le albicocche iniziarono a crescere sui meli.

La teoria del neotribalismo (Maffesoli & Co), del 2002, dice, in parole poverissime, che grazie a internet la società contemporanea ha iniziato a caratterizzarsi nella creazione di sottogruppi sociali (le tribù), indipendenti dalle caratteristiche sociali dei componenti.

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In poche parole, grazie a internet, gli appassionati della “campana tibetana” o del gelato gusto malaga, possono creare una tribù, un gruppo indipendentemente, scavalcando le loro caratteristiche sociali,  Continua a leggere

In futuro (cioè oggi), tutti potremo godere di 15 like di celebrità.

La celebre frase, “In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti” (già in un catalogo nel 1968), era così lungimirante nella visione del mondo che di lì a pochissimo si sarebbe completamente trasformato da essere conosciuta non meno delle stesse opere di Wharol.

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Che la celebrità non fosse però una cosa così semplice lo si è capito prestissimo, già nel ’69 Charles Manson Continua a leggere