Casamonica, il Boss delle Cerimonie e Il Fatto Quotidiano.

Per indole, avendo ben chiara la regola che mi sono imposto nel cercare di scrivere solo quando convinto di poter esprimere un punto di vista un po’ diverso dal solito, tendo a rifuggire argomenti troppo al centro di dibattiti e disamine su giornali, telegiornali e radio; nel caso, la possibilità di fare una figura non proprio brillante, è molto alta.

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Sulla vicenda Casamonica mi ero limitato solo a questa battuta: Continua a leggere

Il conto salato degli Studi Umanistici: Il Fatto Quotidiano, Stefano Feltri, la miopia del bocconiano e la vista perfetta di Salvatore.

In questi giorni, grazie a un dossier del centro studi di Bruxelles Ceps e la lettura fatta di questo da parte del vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, Stefano Feltri, si è acceso un dibattito sull’opportunità dei percorsi universitari da intraprendere per i neo-diplomati per lavorare presto e guadagnare di più. Stando allo studio come riportato da Feltri, al top le facoltà di Medicina, Ingegneria e Finanza, con qualche riserva Economia e Legge, assolutamente sconsigliate Lettere, Storia e le altre facoltà Umanistiche.

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Bene. Fino a qui niente di nuovo. E’ lo stesso che consigliava a una signora Salvatore, il mio salumiere, che ha preferito iniziare a guadagnare ancora prima di aver completato le superiori, e col suo stipendio fisso alla Conad ha messo su famiglia senza aspettare i 30 anni, come raccomandato da Stefano Feltri, senza gravare sullo Stato e senza far spendere 70-80mila euro ai genitori, come raccontato da Stefano Feltri.

Certo, Salvatore, il mio salumiere, ha avuto il buon senso di non usare frasi del tipo: ”I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi” oppure “Dal lato delle scelte collettive, cioè le politiche pubbliche, dovremmo tutti chiederci se ha senso sussidiare pesantemente università che producono disoccupati e formano persone che nessuno sente il bisogno di assumere o retribuire adeguatamente.”

La prima è così stupida da non meritare neanche una risposta (se non “caro Stefano, i tuoi lo sanno che hanno speso 70-80mila euro per la Bocconi per farti arrivare alla vicedirezione de Il Fatto quotidiano e vederti mancare un congiuntivo?”) , la seconda, che più di una domanda è una conclusione, invece è così pericolosa che una risposta è dovuta.

E adesso arriviamo alla miopia del bocconiano.

Le facoltà umanistiche, e nello specifico ti parlo della mia, Lettere e Storia, ti insegnano non solo a leggere i dati, cosa che sono buoni tutti, ma anche ad analizzarli, quindi comprenderli e solo successivamente trarne delle conclusioni.

Per rendere le cose semplici anche a chi ha solo conoscenze scientifiche partirò con l’insiemistica: non si possono moltiplicare, sommare o confrontare tra loro insiemi diversi (pere e mele, alle elementari).

I dati cioè, prima di essere confrontati, vanno resi omogenei.

Partirò ancora dalla storia della formazione personale di Feltri, dal momento che lui stesso l’ha raccontata come esempio di ottimo investimento. Bene. Non ha alcun senso paragonare un’istruzione costata 80.000 euro in giornalismo, ingegneria o finanza con una costata 5.000 euro in teatro o moda.

E’ pacifico che se a un ragazzo capace, laureato in teatro o moda, gli si dessero altri 75.000 per completare la formazione con le altre esperienze formative necessarie (che se la facoltà fornisse non potrebbe costare così poco) di sicuro troverebbe lavoro nel settore che sogna in tempi e modi non diversi dal collega bocconiano.

Lo stesso Feltri parla poi di “nomea” della Bocconi come garanzia di lavoro. Inserendo ancora un’altra variabile che nulla c’entra con il tipo di facoltà.

Ancora sull’omogeneità dei dati. Che senso ha paragonare gli sbocchi occupazionali di facoltà come Medicina, ormai da 30 anni a numero chiuso, con facoltà ad accesso libero?

Torniamo ai dati e agli occupati. Feltri scrive che i laureati in ingegneria a 5 anni dalla laurea hanno un tasso di disoccupazione al 2,9% mentre quelli in lettere al 17,3%. Non ci fornisce però altri dati determinanti, quanti di questi lavorano in Italia e quanti di questi hanno effettivamente cercato lavoro. Detta così sembra un controsenso, me ne rendo conto, ma nello specifico non è così.

Esiste sicuramente una percentuale di persone (sarebbe interessante vedere quante di queste donne, ancora nel 2015) che sceglie la facoltà di Lettere per poter accedere esclusivamente all’insegnamento non troppo lontano da casa e per questo è ben disposto anche ad aspettare più dei 5 anni presi in considerazione dall’indagine e c’è anche chi, una volta ottenuto il titolo decide di percorrere un’altra strada (anche dedicarsi alla famiglia).

Ovviamente così il discorso si complica.

Nel 2009, l’anno preso in considerazione da Feltri per le percentuali di sopra, ci sono stati 1780 laureati (circa) in ingegneria e 1340 laureati (circa) in lettere. Sì, avete letto bene, in Italia ci sono più laureati in ingegneria che lettere.

Davvero qualcuno si illude che sarebbe bastato che i 250 laureati in lettere non occupati (il famoso 17,3% di prima) si fossero laureati in Ingegneria perché si risolvesse il problema della disoccupazione? E in base a cosa non si dovrebbe ipotizzare che questi non venissero aggiunti ai 50 già disoccupati di Ingegneria?

E ricordiamo che l’Italia, pur non brillando per l’industria specializzata in alta tecnologia ha già il doppio di laureati in Ingegneria all’anno rispetto agli USA (che hanno il doppio dei nostri laureati in Lettere).

Costi sociali. Feltri ha anche utilizzato questa espressione. Che non so bene cosa voglia dire per alcuni bocconiani, ma so cosa voglia dire realmente per una società.

Come sia analizzano i costi sociali di una categoria? Prima cosa dovrebbe andare a vedere i dati dei costi delle malattie (specie croniche) e della mortalità per le diverse categorie. Sarebbe interessante capire quanto costano alla società gli occupati nel settore finanza e quelli nei musei, ad esempio.

Qualcosa mi dice che quelli che lavorano con le borse, derivati e robe del genere vadano più incontro a malattie e morte di quelli che fanno le guide nei musei. Ma non ho statistiche a riguardo.

L’Italia, dicevamo prima, non è specializzata in alta tecnologia come gli USA (meno del 10% della nostra produzione va in tale direzione) e continua a spingere verso una formazione tecnologica, non creando centri dalla “nomea” come quella della Bocconi, in Lettere, Arte, ecc ecc.

Però ha il patrimonio artistico culturale paesaggistico (quindi turistico) più grande mondo.

Ma ci fosse qualche bocconiano a dettare le linee politiche culturali di questa sfortunata nazione?

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