I morti NON sono tutti uguali (e questa non è la solita stupida denuncia dell’ipocrisia da social).

I morti non sono tutti uguali. O meglio. I morti sono tutti uguali, ma i vivi no.

EduardoDeFilippo

E’ un’affermazione impegnativa, me ne rendo conto e vi chiedo di avere la pazienza e la cortesia di provare a seguire, con animo imbelle le prossime righe.

Faccio una piccola ma gigantesca premessa: sono assolutamente convinto, e pronto a combattere fino allo stremo contro chi volesse creare una legge che affermasse il contrario, che il valore su questa terra e in un eventuale aldilà (comunque la vostra fede o religione l’immagini) sia assolutamente uguale e paritario per ogni essere umano a prescindere dalla nazionalità, fede o religione. E ho evitato di proposito di inserire la discriminante colore della pelle o peggio ancora “razza” perché troverei offensivo e contro qualsiasi buonsenso (fede o religione) solo doverlo specificare.

Detto questo: sui social, e non solo, abbiamo visto una grandissima partecipazione emotiva al lutto dopo la strage di Parigi sfociata nella condivisione delle varie opere commemorative (la Tour Eiffel di Banksy su tutte) fino alla sostituzione della propria foto del profilo con quella elaborata con i colori francesi.

Da allora altre stragi XX si sono succedute tanto da generare un certo malessere (sui social e no) con conseguente accusa di ipocrisia, effetto gregge o addirittura malafede.

Bene. Fino a qui tutto scontato e perfettamente inserito nel “gioco delle parti che sempre si verifica sui social davanti agli eventi globali: ci sono gli emotivi che condividono tutto e sparano rip e candele in maniera compulsiva, i cinici che cercano di distinguersi dissacrando l’avvenuto, i complottisti che trovano comunque il modo di incolpare Israele e gli USA, i fustigatori che ammoniscono di quanto sia ingiusto soffrire su una particolare disgrazia e ignorare le altre.

Ma nel caso specifico della crisi che stiamo vivendo in questi giorni la prevalenza di “fustigatori” su social e in tv, indicativa la filippica di Crozza con la sua battuta “partecipiamo alle stragi solo se abbiamo un souvenir della città sul frigorifero”, mi ha convinto a scrivere questo pezzo.

Alla fine, è davvero così semplice liquidare la questione? Le persone che hanno condiviso e colorato il proprio profilo, sono solo false e ipocrite? Possibile che della magistrale lezione di Eduardo sulla seconda guerra mondiale sigillata nella celebre frase, detta prima a voce bassa in napoletano “e muorte so’ tutte eguali” e subito ripetuta in italiano a voce piena (come il Maestro era solito fare) “i morti sono tutti uguali” non ci sia rimasto più nulla?

Proviamo a riflettere.

Esiste un meccanismo che ha permesso alla razza umana (tutta, a prescindere da nazionalità, fede e religione) di evolversi e sopravvivere a qualche glaciazione, caduta di meteoriti, super terremoti, tempeste apocalittiche, tsunami e carestie per noi inimmaginabili, legato all’empatia e all’istinto di conservazione.

Empatia e istinto di conservazione.

La nostra vita, quella dei nostri cari, quella dei nostri conoscenti, connazionali o accomunati dalla stessa religione è oggettivamente “in pericolo” ogni santo giorno, e in questo il terrorismo c’entra statisticamente poco o nulla.

Ogni santo giorno milioni di persone muoiono per le più svariate ragioni (in ogni parte del mondo), di queste qualche centinaia di migliaia sono della nostra stessa religione, moltissime sono nostre connazionali, e statisticamente, qualcuna può essere un conoscente o addirittura un familiare.

E’ chiaro che se non fossimo protetti dall’empatia, quel maccanismo che ci fa soffrire in maniera sempre più profonda quanto più ci sentiamo empatici verso la persona che muore ma se soffrissimo per ogni morte allo stesso modo passeremmo la nostra esistenza in uno stato di tale e profonda prostrazione, dolore e depressione, da non permettere agli altri nostri istinti, primi tra tutti l’appetto e la libido, di sfamarci e “accoppiarci” e quindi far sopravvivere e perpetuare la specie.

In poche parole, se sentissimo l’esigenza di cambiare l’immagine di facebook a ogni tragedia, la razza umana si estinguerebbe in breve tempo (cosa che l’istinto di conservazione della specie, fortunatamente, ci vieta).

Ma cosa accende o spegne l’empatia verso una situazione?

Primo tra tutti la distanza. Che sia geografica o ideale poco conta. Diventa quindi assolutamente normale, per noi sentirsi più vicini agli abitanti di Parigi o New York che a quelli di Mali (che a molti sfugge anche dove si trovi).

Secondo fattore è la “simiglianza vale a dire l’essere simile a chi è coinvolto in una tragedia. Siamo, o ci percepiamo, molto più simili ai ragazzi francesi o newyorkesi piuttosto che a quelli di un villaggio indiano o di un paese africano. Sia chiaro, non “percepirsi” simili non vuol dire che loro siano diversi o che, è solo una questione di quanto tempo impiega la nostra mente a restituirci l’immagine di un gruppo sociale a noi lontano. Se dico ragazzo di Londra mentre leggete avete già una precisa immagine mentale, se dico ragazzo di Bamako impiegate (se ci riuscite) qualche frazione di tempo maggiore. E quindi, minore empatia.

Altro fattore, la consuetudine. Tanto più l’episodio accade in una circostanza consueta maggiore è l’empatia. Un ristorante che esplode vi farà sentire più partecipi rispetto a una tragedia accaduta in un sottomarino.

Quindi per chiudere questo lunghissimo post, è chiaro e sacrosanto che i morti continuino a essere tutti uguali ma per la nostra mente è quello che fossero da vivi – nell’attimo prima della tragedia – a fare una triste, ma inevitabile, differenza.

 

 

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