SNAP – INVENTING ANNA

 Tra le tantissime dissertazioni che hanno accompagnato l’uscita e il successo di questa bella serie Netflix mi sembra – ma non vorrei sbagliare – che nessuno abbia citato l’antenato letterario più illustre che sottende a tutta la vicenda di Anna Delvey, il racconto di Mark Twain intitolato “La banconota da un milione di sterline”.

E il fatto che la storia di Anna Delvey sia vera, rende il racconto di Twain (di come l’allure della ricchezza fosse essa stessa già ricchezza e di come la furbizia contasse più dei soldi), scritto quasi centotrenta anni fa, ancora più incredibilmente attuale.

C’è poi, nella messa in scena della storia della Delvey, tutto il fascino di ShondaLand, la casa di produzione fondata da Shonda Rhimes, sceneggiatrice che non solo ha creato un impero mediatico ma un vero e proprio mondo, dove l’immagine delle donne e delle minoranze viene trattata sempre con particolare attenzione; non a caso l’altra protagonista di Inventig Anna – Anna Chlumsky non è solo una donna autonoma, complessa e in carriera ma la seguiamo portare avanti una gravidanza fino al parto (che cade proprio all’apice del racconto), al grido “io non sono speciale, le donne hanno partorito da sempre da sole, accovacciandosi nei prati”, massima negazione dell’immagine della donna incinta accudita perché pronta “a donare” un figlio al marito di turno.

Unica pecca, se così si può dire, è che in ShondaLand, il lusso estremo che viene mostrato, malgrado qualche piccola voce che ne parla in maniera critica, è comunque l’emblema di un traguardo, di vera emancipazione per le donne e per le minoranze, poco importa quanto possa essere “morale” un sistema che contempli colazioni di migliaia di euro servite da persone costrette a fare tre lavori anche solo per pagare l’affitto.