Cosa c’è di bello per indignarsi/soffrire/odiare/piangere/pregare oggi?

vignetta terremotoUn tempo la tv dettava l’agenda della giornata. Certo, si era costretti a subire una bella dose di passività in questo, ma in un certo senso si era anche “tutelati”, il telegiornale si alternava ad altri programmi e per la natura propria del mezzo, fisso in una o più stanze ma non ancora una nostra propaggine, arrivati a un certo punto si era costretti a staccarsi dal mondo virtuale (per quanto reali le immagini che si vedono allo schermo sono solo riproduzioni) per vivere la vita reale.

 

Anche con una certa ma salutare dose di consapevole cinismo. Il “voltiamo pagina” era indispensabile.

Questo comportava che la tv, in qualche modo, decideva che dovevamo indignarci, soffrire, odiare, piangere, pregare, solo in determinati orari, 13e30, 20e30, mezzanotte.

Con i social tutto è cambiato, adesso si aspetta, più o meno consapevolmente, di aprire gli occhi per connettersi a facebook per scoprire quale argomento ci accompagnerà fino a quando ci disconnetteremo veramente per abbandonare il virtuale dei social per passare al virtuale dei sogni. Inutile dire che non siamo sempre davanti al pc, gli smartphone hanno imparato a stare con noi in maniera così discreta (piccole e innocenti notifiche) che è abitudine diffusissima controllarlo in ogni “tempo morto”, dal pranzo al divano, dal cinema alla palestra.

Con l’aggravante, a differenza della tv che ti lasciava consapevolmente passivo, che i social ti danno anche l’illusione di agire, di partecipare in qualche modo a quello che succede: dalle campagne d’odio all’immancabile r.i.p., dalla frasetta elementare “un altro angelo/a è volato…” alla più suggestive raccolte di preghiera, dal racconto di un caso simile che ci è successo agli insulti e minacce sotto un video violento e inguardabile di maltrattamenti a persone o animali (dopo averlo condiviso e così aiutato l’artefice nel suo scopo).

Il quarto d’ora di notorietà di Warhol si è dissipato in qualche attimo per provarsi di esistere.

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Disamina definitiva sul fenomeno Zalone (e in sole due parole).

Zalone è l’argomento del giorno, anzi, di tutto quest’inizio del 2016.

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Ci ha provato la Rai con il countdown sbagliato e la bestemmia del 31 dicembre, ci ha provato anche Mediaset con un visibilmente ubriaco Gianluca Grignani ma niente da fare, si parla solo di Checco Zalone che, giorno dopo giorno, sta polverizzando tutti i record d’incassi.

Tutti, ma proprio tutti, da Celentano al mio pescivendolo di fiducia (appassionato di cinema) passando per il politico-politologo Claudio Velardi, hanno preteso di dire la loro. Potevo io esimermi dal farlo?

Certo che sì. Ma ho preferito dire anch’io la mia.

Prima c’erano gli appassionati (è bravissimo), poi – cominciati ad arrivare i dati del botteghino – gli snob (il successo di Zalone? Mala tempora currunt!), poi quelli che volevano sembrare più snob degli snob (macchè! È un genio, il nuovo Sordi!), poi quelli che volevano sembrare ancora più snob degli snob che snobbavano gli snob (Sordi? Macché genio! La classica commediola per gli “itagliani”…).

Poi sono arrivati quelli che snob nell’animo, ma ormai troppo confusi per capire come fare per sembrare più snob di tutti, hanno iniziato a dissertare su Sacha Baron Cohen da giudicare però solo se visto in lingua originale e alla domanda: “ma cosa c’entra con Zalone?” Erano pronti a rispondere “ma tu l’hai visto Borat in lingua originale al cinema appena uscito?, No? E allora di cosa parliamo?

Ho letto di critici (e non invento) che hanno citato Gramsci e John Stuart Mill, altri che hanno invocato Krzysztof Kieślowski, qualcuno ha parlato di semplice successo a tavolino determinato dal numero spropositato di copie messe in circolazione (fosse così semplice tutti uscirebbero in 1500 sale) ricordandoci che siamo una società manipolata, qualcuno (a cominciare dai politici) l’hanno buttata in politica (altro che Italia berlusconiana, Zalone è post-berlusconiano, anzi, pre-berlusconiano oppure; sembra scritto da un tredicenne cresciuto in una casa che vota Boldrini), in sociologia (Zalone è quello che siamo ma anche quello che dovremmo essere), in filosofia (Zalone è quello che siamo ma anche quello che vorremmo essere).

Davvero di tutto. Manco solo io. Provate a chiedermi cosa ne penso dell’incredibile successo di Zalone.

Sul serio, chiedetemelo.

D: “Cosa ne pensa dell’incredibile successo -23 milioni di euro incassati in tre giorni – del nuovo film di Checco Zalone?

R: ”Che invidia.”

Visto? Mi sono bastate solo due parole.

 

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Venticinquemila

Celbration 2

Sia chiaro, so benissimo che in valore assoluto, cioè se questo risultato venisse paragonato ai numeri dei veri blogger, youtuber e via scrivendo potrebbe apparire esiguo o poco significativo, ma per me, che ho iniziato a scrivere questo blog esattamente 5 mesi fa con il solo scopo di cercare di guardare quello che succede da un diverso punto di vista, essere stato letto 25.000 volte è un risultato assolutamente fantastico e inaspettato, e poco importa se quando ho scritto per il Corriere della Sera o per Il Mattino magari 25.000 letture li abbia realizzati con un unico articolo, non era la stessa cosa, qui ha tutto un altro sapore.

1229 lettori per l’articolo “Perché il museo Lombroso non andrebbe chiuso“, o i 926 per “Perché è stato giusto pubblicare la foto del piccolo Aylan (che non pubblicherò)”, ma anche 1872 lettori per “Da Baglioni (complice Morandi) una bella lezione ai nuovi “critici” per me è una soddisfazione bellissima: è ancora possibile scrivere dei pezzi di “vero” approfondimento con un punto di vista differente (giusto o sbagliato non sta a me dirlo) senza ricorrere ai semplici trucchetti acchiappa-click di lanci studiati solo per incuriosire o sparare chissà quale news del tipo: lutto al Grande Fratello…il tempo di aprire la pagina – con la relativa pubblicità – e scoprire che è mancata la nonna ultracentenaria dell’operatore, magari stroncata dalla vergogna per aver scoperto che il nipote lavorava con la Marcuzzi & Co.

Per me è il senso più alto e bello del web e dei social, poter comunicare col solo scopo di scambiarsi le idee, non semplici informazioni ma vere e proprie riflessioni, magari anche complesse e senza filtri.

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La “signora” Gruber e il “dottor” Damilano.

Da una parte c’è una signora, laureata in lingue e letterature straniere, giornalista professionista, inviato(a) di guerra sui fronti più caldi, direttrice di vari telegiornali in un paio di nazioni, scrittrice. Un signore, laureato in storia (dove ha poi conseguito anche un dottorato), giornalista professionista e vicedirettore di un giornale.

Gruber

Di fronte uno dei più ricchi e potenti imprenditori italiani (per la cronaca, laureato in giurisprudenza).

Bene. Per chi ha visto la puntata di questa sera di Ottoemezzo non sarà difficile associare i nomi alle descrizioni, per gli altri i tre sono: Lilli Gruber, Marco Damilano e Diego Della Valle.

Al di là delle simpatie o per la stima che ognuno può nutrire o no per i tre personaggi (non è di questo che si parla qui) un aspetto, visto che siamo nel 2015, è risultato più interessante di tutta la serata, il dott. Della Valle si è rivolto per tutta la puntata appellando la Gruber col titolo di “signora” e Damilano con quello di “dottore”. Sette volte signora e cinque volte dottore.

Inezia? Quisquilia? Caso?

Può darsi.

Come può darsi che il “signora” fosse un puro atto di cortesia, un modo di rivolgersi più “gentile”.

Certo è che se anche a una delle donne più forti e autorevoli (nel suo ambito) si fa fatica a equipararla come titolo a un collega con metà della sua esperienza di strada questo Paese ne ha davvero ancora tanta da fare…

 

 

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La Rete. Aldo Grasso, Lucky Ladies e (l’ossessione di) Gomorra.

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Questa settimana nella sua rubrica su Corriere Tv, Il buon Aldo Grasso ha voluto dedicare uno spazio a due nuovi programmi ambientati (e in qualche modo dedicati) a Napoli: “Muort e stramuort” e “Lucky Ladies”.

Per entrambi ha riservato parole di elogio, e fin qui, non volendo entrare nei contenuti dei programmi, niente di “strano”, niente che valesse la stesura di questo pezzo.

Quello che però sembra interessante rilevare è che Grasso, parlando dei due programmi che si occupano di Napoli senza che la camorra sia protagonista (o che sia normalmente non collusa o in affari con essa, come per il 99,9% di noi) dice – in buona fede, con un sorriso quasi di stupore – che il quadro che ne esce è “strano”.

Infatti, per elogiare queste Lucky Ladies, imprenditrici napoletane che alla fine risultano comunque meno vacue degli yuppies milanesi degli anni ’80, per anni simbolo dell’efficienza e del successo da contrapporre all’indolenza meridionale, non trova paragone migliore che vedere in queste signore: delle “Donna Imma” (la boss di Gomorra) che hanno scelto un’altra strada.

Come dire, il metro per parlare di Napoli “deve” essere Gomorra, la normalità è quella, tutto il resto è “strano”.