Perché combattere l’Isis esponendo crocifissi e presepi significa aver già perso

Adoro il presepe. E il crocifisso per me è un simbolo molto significativo, tanto che quando mi capita di leggere vignette o di incappare in una scena di un qualche cartoon dissacrante (Griffin, South Park) sulla figura di Cristo provo un certo disagio.

Crocifisso2.jpg

Letture di religione di Emmanuele Naddeo. Così si studiava alle scuole elementari ai tempi del fascismo.

 

Ma questo è un problema mio. Fa parte del mio privato, della religione che ho scelto. Non può essere un problema di chi fa satira o, semplicemente, disegna cartoon.

L’Italia, grazie a Dio, è uno stato Laico e Democratico. Abbiamo pagato un prezzo altissimo perché lo diventassimo, decine di migliaia di morti solo per liberarci dal trittico Dio-Patria-Famiglia che la dittatura fascista imponeva in maniera non troppo dissimile da come il nazismo arabo sta cercando di fare con il mondo musulmano. E se pensate che esagero provate a pensare ai (plurale) genocidi che il fasci-nazismo cattolico ha tentato di compiere: ebrei, zingari, gay, africani ecc ecc.

Qualcuno, molto poco competente di storia ma molto ferrato in populismo e demagogia, sventola la bandiera del cattolicesimo come elemento fondante e collante dell’Europa.

Niente di più falso e sbagliato.

I veri valori fondanti dell’Europa e dell’intero occidente sono quelli che, in nome della libertà e uguaglianza videro l’abbattimento degli assolutismi: dalla Francia agli Usa, dall’Inghilterra all’Italia.

Contrapporre, o peggio, voler imporre simboli cattolici (magari ponendo fuori legge le altre religioni) non farebbe altro che far ripiombare l’Europa in un nuovo medioevo, dove, guarda caso, vigevano leggi molto simili a quelle che aborriamo e ritroviamo tra gli estremisti islamici e dove, potete scommetterci, gli estremisti hanno una familiarità e consuetudine molto superiore alla nostra.

Con le mie tasse voglio avere una scuola che insegni il pensiero filosofico, storico, scientifico non la favoletta creazionista o faccia recitare la preghiera prima di iniziare le lezioni (e mica è un caso che l’Isis nelle scuole insegni una sola e unica materia – il libro sacro.)

Per dirla da vero europeo, voglio una scuola che provi a insegnare a essere veri uomini, non cristiani, musulmani o altro.

Solo un vero uomo potrà essere un buon cristiano, un buon musulmano e così via.

 

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I morti NON sono tutti uguali (e questa non è la solita stupida denuncia dell’ipocrisia da social).

I morti non sono tutti uguali. O meglio. I morti sono tutti uguali, ma i vivi no.

EduardoDeFilippo

E’ un’affermazione impegnativa, me ne rendo conto e vi chiedo di avere la pazienza e la cortesia di provare a seguire, con animo imbelle le prossime righe.

Faccio una piccola ma gigantesca premessa: sono assolutamente convinto, e pronto a combattere fino allo stremo contro chi volesse creare una legge che affermasse il contrario, che il valore su questa terra e in un eventuale aldilà (comunque la vostra fede o religione l’immagini) sia assolutamente uguale e paritario per ogni essere umano a prescindere dalla nazionalità, fede o religione. E ho evitato di proposito di inserire la discriminante colore della pelle o peggio ancora “razza” perché troverei offensivo e contro qualsiasi buonsenso (fede o religione) solo doverlo specificare.

Detto questo: sui social, e non solo, abbiamo visto una grandissima partecipazione emotiva al lutto dopo la strage di Parigi sfociata nella condivisione delle varie opere commemorative (la Tour Eiffel di Banksy su tutte) fino alla sostituzione della propria foto del profilo con quella elaborata con i colori francesi.

Da allora altre stragi XX si sono succedute tanto da generare un certo malessere (sui social e no) con conseguente accusa di ipocrisia, effetto gregge o addirittura malafede.

Bene. Fino a qui tutto scontato e perfettamente inserito nel “gioco delle parti che sempre si verifica sui social davanti agli eventi globali: ci sono gli emotivi che condividono tutto e sparano rip e candele in maniera compulsiva, i cinici che cercano di distinguersi dissacrando l’avvenuto, i complottisti che trovano comunque il modo di incolpare Israele e gli USA, i fustigatori che ammoniscono di quanto sia ingiusto soffrire su una particolare disgrazia e ignorare le altre.

Ma nel caso specifico della crisi che stiamo vivendo in questi giorni la prevalenza di “fustigatori” su social e in tv, indicativa la filippica di Crozza con la sua battuta “partecipiamo alle stragi solo se abbiamo un souvenir della città sul frigorifero”, mi ha convinto a scrivere questo pezzo.

Alla fine, è davvero così semplice liquidare la questione? Le persone che hanno condiviso e colorato il proprio profilo, sono solo false e ipocrite? Possibile che della magistrale lezione di Eduardo sulla seconda guerra mondiale sigillata nella celebre frase, detta prima a voce bassa in napoletano “e muorte so’ tutte eguali” e subito ripetuta in italiano a voce piena (come il Maestro era solito fare) “i morti sono tutti uguali” non ci sia rimasto più nulla?

Proviamo a riflettere.

Esiste un meccanismo che ha permesso alla razza umana (tutta, a prescindere da nazionalità, fede e religione) di evolversi e sopravvivere a qualche glaciazione, caduta di meteoriti, super terremoti, tempeste apocalittiche, tsunami e carestie per noi inimmaginabili, legato all’empatia e all’istinto di conservazione.

Empatia e istinto di conservazione.

La nostra vita, quella dei nostri cari, quella dei nostri conoscenti, connazionali o accomunati dalla stessa religione è oggettivamente “in pericolo” ogni santo giorno, e in questo il terrorismo c’entra statisticamente poco o nulla.

Ogni santo giorno milioni di persone muoiono per le più svariate ragioni (in ogni parte del mondo), di queste qualche centinaia di migliaia sono della nostra stessa religione, moltissime sono nostre connazionali, e statisticamente, qualcuna può essere un conoscente o addirittura un familiare.

E’ chiaro che se non fossimo protetti dall’empatia, quel maccanismo che ci fa soffrire in maniera sempre più profonda quanto più ci sentiamo empatici verso la persona che muore ma se soffrissimo per ogni morte allo stesso modo passeremmo la nostra esistenza in uno stato di tale e profonda prostrazione, dolore e depressione, da non permettere agli altri nostri istinti, primi tra tutti l’appetto e la libido, di sfamarci e “accoppiarci” e quindi far sopravvivere e perpetuare la specie.

In poche parole, se sentissimo l’esigenza di cambiare l’immagine di facebook a ogni tragedia, la razza umana si estinguerebbe in breve tempo (cosa che l’istinto di conservazione della specie, fortunatamente, ci vieta).

Ma cosa accende o spegne l’empatia verso una situazione?

Primo tra tutti la distanza. Che sia geografica o ideale poco conta. Diventa quindi assolutamente normale, per noi sentirsi più vicini agli abitanti di Parigi o New York che a quelli di Mali (che a molti sfugge anche dove si trovi).

Secondo fattore è la “simiglianza vale a dire l’essere simile a chi è coinvolto in una tragedia. Siamo, o ci percepiamo, molto più simili ai ragazzi francesi o newyorkesi piuttosto che a quelli di un villaggio indiano o di un paese africano. Sia chiaro, non “percepirsi” simili non vuol dire che loro siano diversi o che, è solo una questione di quanto tempo impiega la nostra mente a restituirci l’immagine di un gruppo sociale a noi lontano. Se dico ragazzo di Londra mentre leggete avete già una precisa immagine mentale, se dico ragazzo di Bamako impiegate (se ci riuscite) qualche frazione di tempo maggiore. E quindi, minore empatia.

Altro fattore, la consuetudine. Tanto più l’episodio accade in una circostanza consueta maggiore è l’empatia. Un ristorante che esplode vi farà sentire più partecipi rispetto a una tragedia accaduta in un sottomarino.

Quindi per chiudere questo lunghissimo post, è chiaro e sacrosanto che i morti continuino a essere tutti uguali ma per la nostra mente è quello che fossero da vivi – nell’attimo prima della tragedia – a fare una triste, ma inevitabile, differenza.

 

 

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La rete, Mussolini e l’Isis

E puntuale, come è naturale dopo ogni accadimento che scuote nel profondo la pancia degli italiani, arriva anche l’onda lunga dei nostalgici o meglio sarebbe dire pseudo-nostalgici, visto che il fascismo e la vita sotto una dittatura (fortuna per loro) non l’hanno mai vissuta.

Mussolini MOD

Si sprecano allora foto dello sciagurato duce con scritte risibili tipo “lui l’Isis l’avrebbe già sotterrato” e via farneticando. Capisco chi su queste cose cerca di farsi una carriera politica e quindi il mio pensiero va alle altre persone, quelle in buonafede.

La cosa divertente di tutte queste le persone, diciamolo, “culturalmente semplici” che postano foto e link nostalgici di Mussolini come paladino anti Isis è che non comprendono che l’Isis è solo una versione nazionalista araba di quello che furono Hitler e Mussolini per l’Europa, quindi, miei cari pseudo-nostalgici, se fossimo al tempo di Mussolini quelli dell’Isis, al massimo, sarebbero nostri alleati (contro la Francia, l’Inghilterra, la Polonia ecc ecc).

A questo proposito, sarà bene ricordare che il 20 marzo 1937, proprio per poter meglio fronteggiare i nemici comuni vale a dire Francia, Inghilterra e gli ebrei, Mussolini si fece incoronare “Spada dell’Islam” protettore dei musulmani contro gli infedeli.

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Parigi

Rabbia. Sgomento. Dolore. Una lancinante sensazione di impotenza. Odio.

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E la maledetta consapevolezza di essere, come tutti quelli che non erano a Parigi e hanno avuto salva la vita, la fortunatissima vittima secondaria, ma per l’Isis il “vero” obiettivo dell’attentato terroristico di ieri.

La rabbia acceca. E’ come avere la vista impedita e allo stesso tempo essere sobillati a combattere, menando pugni e calci all’aria o dove capita mentre il nostro carnefice, in un angolo, guarda e ride.              E sui social media si traduce (semplifico) “ammazziamo tutti gli stranieri”.

Lo sgomento mette in discussione tutte le nostre abitudini conquistate con secoli – ma per alcune solo decenni (vedi il riconoscimento del valore del sesso per la donna, e quindi, in qualche modo della donna come persona) di allontanamento dagli integralismi religiosi. Che sui social media si traduce (sempre semplificando) “non esiste un islam moderato” (ignorando che per la prima guerra, forse anche più feroce, l’Isis la fa proprio contro tutti i musulmani non integralisti). E giù a pubblicare il famoso scritto di Oriana Fallaci più tutta una serie di precetti del Corano (alcuni veri, molti artefatti) per dimostrare la propria tesi (come se nella Bibbia non si professasse con tranquillità lo sterminio degli infedeli).

Il dolore è quello che, grazie a Dio (comunque ve lo immaginiate) spinge gli esseri umani all’empatia, al sentimento di vicinanza con persone che non conosciamo ma con le quali dividiamo l’appartenenza alla stessa “razza umana”. Ed è quello che sui social spinge tutti (o quasi) a voler partecipare: da Je suis Paris, alla pubblicazione di un pensiero di vicinanza alla vittime ai familiari ecc.

L’impotenza. Se un pazzo (è successo ieri in un paesino qui vicino) può ridurre in fin di vita una ragazza prendendola a sprangate senza alcun motivo, figuriamoci di cosa può essere capace un esercito di fanatici religiosi convinti di operare in nome di un Dio e in attesa del paradiso. E questo sui social – oltre ovviamente a qualche lucida analisi – trova la sua espressione anche nei complottisti, che sono poi quelli che hanno, anche se solo nominalmente, bisogno di poter controllare la realtà, e quindi vai con le dichiarazioni choc come: “l’Isis in realtà è controllata dalla CIA”, “è tutta una manovra per poter fare la guerra e risollevare l’economia della Francia” ecc ecc…

L’odio, altro grande vero obiettivo degli attentati. Chi mai potrà giovarsi della frattura tra cristiani e musulmani? Quanto sarà più semplice per l’Isis arruolare i ragazzi delle banlieue parigine se saranno emarginati? Sentimento che sui social media diventa, in molti casi: “chiudiamo le frontiere”, “via i musulmani dai nostri Paesi cristiani”. Ipotesi abbastanza difficile a realizzarsi, visto che in Francia vivono più di quattro milioni di musulmani.

Tutto questo per dire che l’espressione “siamo in guerra” è purtroppo, e non da oggi, vera.

Ed è una guerra che coinvolge tutti, e noi tutti, in qualche modo, stiamo già combattendo.

Una guerra non facile, lunga e purtroppo efferata. Con tutti i distinguo del caso, però forse la reazione interna USA post 11 settembre potrebbe essere un buon inizio…

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