Parigi

Rabbia. Sgomento. Dolore. Una lancinante sensazione di impotenza. Odio.

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E la maledetta consapevolezza di essere, come tutti quelli che non erano a Parigi e hanno avuto salva la vita, la fortunatissima vittima secondaria, ma per l’Isis il “vero” obiettivo dell’attentato terroristico di ieri.

La rabbia acceca. E’ come avere la vista impedita e allo stesso tempo essere sobillati a combattere, menando pugni e calci all’aria o dove capita mentre il nostro carnefice, in un angolo, guarda e ride.              E sui social media si traduce (semplifico) “ammazziamo tutti gli stranieri”.

Lo sgomento mette in discussione tutte le nostre abitudini conquistate con secoli – ma per alcune solo decenni (vedi il riconoscimento del valore del sesso per la donna, e quindi, in qualche modo della donna come persona) di allontanamento dagli integralismi religiosi. Che sui social media si traduce (sempre semplificando) “non esiste un islam moderato” (ignorando che per la prima guerra, forse anche più feroce, l’Isis la fa proprio contro tutti i musulmani non integralisti). E giù a pubblicare il famoso scritto di Oriana Fallaci più tutta una serie di precetti del Corano (alcuni veri, molti artefatti) per dimostrare la propria tesi (come se nella Bibbia non si professasse con tranquillità lo sterminio degli infedeli).

Il dolore è quello che, grazie a Dio (comunque ve lo immaginiate) spinge gli esseri umani all’empatia, al sentimento di vicinanza con persone che non conosciamo ma con le quali dividiamo l’appartenenza alla stessa “razza umana”. Ed è quello che sui social spinge tutti (o quasi) a voler partecipare: da Je suis Paris, alla pubblicazione di un pensiero di vicinanza alla vittime ai familiari ecc.

L’impotenza. Se un pazzo (è successo ieri in un paesino qui vicino) può ridurre in fin di vita una ragazza prendendola a sprangate senza alcun motivo, figuriamoci di cosa può essere capace un esercito di fanatici religiosi convinti di operare in nome di un Dio e in attesa del paradiso. E questo sui social – oltre ovviamente a qualche lucida analisi – trova la sua espressione anche nei complottisti, che sono poi quelli che hanno, anche se solo nominalmente, bisogno di poter controllare la realtà, e quindi vai con le dichiarazioni choc come: “l’Isis in realtà è controllata dalla CIA”, “è tutta una manovra per poter fare la guerra e risollevare l’economia della Francia” ecc ecc…

L’odio, altro grande vero obiettivo degli attentati. Chi mai potrà giovarsi della frattura tra cristiani e musulmani? Quanto sarà più semplice per l’Isis arruolare i ragazzi delle banlieue parigine se saranno emarginati? Sentimento che sui social media diventa, in molti casi: “chiudiamo le frontiere”, “via i musulmani dai nostri Paesi cristiani”. Ipotesi abbastanza difficile a realizzarsi, visto che in Francia vivono più di quattro milioni di musulmani.

Tutto questo per dire che l’espressione “siamo in guerra” è purtroppo, e non da oggi, vera.

Ed è una guerra che coinvolge tutti, e noi tutti, in qualche modo, stiamo già combattendo.

Una guerra non facile, lunga e purtroppo efferata. Con tutti i distinguo del caso, però forse la reazione interna USA post 11 settembre potrebbe essere un buon inizio…

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2 pensieri su “Parigi

  1. Soffro per i morti in francia, ma soffro altrettanto per l’imbecillità dell’equazione arabo=terrorista.
    La mia preghiera stamane è stata per i morti e le loro famiglie, ma anche perchè noi tutti non ci facciamo prendere dall’isteria e/o dalla paura… o vogliamo fare come ai tempi del West in USA quando correva il detto (tragico) che “l’unico indiano buono è quello morto?”
    Io rispondo decisamente no!!!

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