90passi – Lusso sfrenato

Se amate il pesce e avete voglia di mangiare divinamente e se, grazie a quelli che hanno creduto che Wall Street fosse davvero un manifesto allo yuppismo, vi ritrovate a metà mese più che rampanti e in technicolor, poveri e in bianco e nero come Renato Salvatori & Co

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Foto dalla pagina facebook del locale

ma grazie a Dio avete una ragazza che, oltre ad essere terribilmente carina proprio come piace a voi, è anche una donna vera e preferisce la sostanza all’atmosfera, allora IL PICCOLO RISTORO è proprio il posto che fa per voi.

Praticamente introvabile, se non tramite la generosa “soffiata” di un conoscente (e non sarò mai grato abbastanza all’amico produttore e giramondo Ciro Costabile che me l’ha suggerita), questa trattoria si trova in una stradina a destra appena superato il varco Pisacane del porto di Napoli.

L’idea di un ristorantino al porto, però, potrebbe essere estremamente fuorviante.

Questo è il porto di una metropoli, non un porticciolo turistico. Il che si traduce in una lunga distesa di cemento con grosse navi che hanno bisogno di manutenzione, puzza di nafta, e il mare nascosto alla vista da fabbricati disordinati.

Il locale è piccolo, ha una sola saletta divisa tra cucina e tavolini, dove trovano posto una quindicina di persone, più una manciata di posti fuori per sistemarne un’altra ventina. Passare da un ambiente all’altro è un po’ come muoversi su una barca, e anche il bagno somiglia a quello di un natante. Una volta preso posto, però, nonostante le sedute siano più consone a un bar che a un ristorante, comincia il lusso autentico. Il servizio, a conduzione familiare, è veloce e impeccabile; pur non esistendo il menu la signora Carla, moglie dello chef Salvatore De Cristofaro (fino allo scorso anno aiutato in cucina dalla signora Carmela, la simpatica e anziana madre) vi illustra con pazienza e chiarezza tutto quello che si può scegliere. La cucina è quella tipica di mare, ma niente roba da turisti, qui si prepara la vera cucina marinara tramandata dal tempo e dall’acqua salata.

Come prima cosa ordino un risotto di mare. La porzione è generosa e quello che colpisce è l’abbondanza di polpo. Bella sfida. Cucinare il polpo nasconde molte più insidie di quello che si pensi: c’è chi lo batte, chi lo frolla, chi lo congela, chi semplicemente prega perché risulti mangiabile e non un mostro dalla consistenza gommosa. Questo è perfetto. Sotto la pelle un po’ callosa, si scioglie praticamente in bocca, liberando tutto il sapore del mare arricchito dall’olio, aglio, peperoncino, prezzemolo, pomodoro e sapidità delle cozze. Una goduria ai confini del lecito.

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E nella preparazione, il riso, lontano dalla moda che lo vuole esageratamente mantecato, torna per incanto a svolgere il suo compito originario di sostanzioso complemento degli ingredienti “nobili”.

Passo poi al piatto che non potete non mangiare una volta seduti qui, gli spaghetti all’astice. Sembra un piatto da gran sera, di quelli un po’proibitivi, specie se prima di calarlo, l’astice, ve lo fanno vedere vivo e arzillo. Qui invece potete ordinarlo a cuor leggero (alla fine il conto, compreso il vino, non l’ho mai visto superare i 25 euro). Il sugo, di pomodorini freschi, è tirato alla perfezione. I sapori classici ci sono tutti, la cottura della pasta è giusta, l’astice è morbido e succulento, una vera delizia. Particolare interessante: non pensate di chiedere posate da astice o pinze per le chele. Insieme al piatto vi arriverà un semplice schiaccianoci. Provateci, funzionerà benissimo. Per i secondi la scelta è varia e verace, polipetti affogati, fritto calamari e gamberi, ma soprattutto alici fritte o in tortiera.

Per dolce duplice scelta, babà o tiramisù. Nonostante sappia bene che la massiccia dose di caffè renderà complicata la notte, opto per il tiramisù, fatto in casa con savoiardi, mascarpone, uova, zucchero, panna e cacao. Inutile chiedere una porzione piccola, la signora Carla, da buona madre napoletana ha un’idea di porzione “piccola” un po’ particolare, non tanto per la base che quasi riempie il piatto, ma per l’altezza, che è tale da rendere il goloso parallelepipedo pericolosamente ondeggiante. Savoiardi completamente bagnati ma non zuppi, uova e panna freschissime, cacao amaro spolverato per dare sapore e non per appianare i dislivelli della panna.

E per magia, i palazzetti di cemento, le auto e l’asfalto spariscono mentre guardo gli occhi di chi mi sta di fronte, felici nell’affondare la forchetta (niente forchettine) in quella architettura bicolore.

Può esistere lusso più sfrenato?

Astice

La bellissima immagine è di Michelle Parsons

(anche questo brano è tratto dal mio 90passi nella gastronomia napoletana, scritto nel lontano 2010. Il locale è ancora in perfetta attività, non ho idea se i prezzi siano ancora così bassi, se qualcuno ne ha notizia sono qui…)

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