Una storia sulla maternità che non ti aspetti..

L’aspetto più interessante di “Little fires everywhere” (la trovate su Amazon Prime) è il ribaltamento che alla fine fa dell’attualissimo dibattito sulla maternità (obbligo? scelta? necessità?) che pone sempre più l’accento e il punto di vista sulle donne e sempre meno sul “prodotto” della scelta che non è solo il dover rinunciare, modificare o riprogrammare la vita della madre tra carriera, affetti ecc, ma anche il dovere fare in conti con delle nuove esistenze che, passato il momento di massimo appagamento o frustrazione dei genitori, quello del bisogno assoluto dei figli nei loro confronti, si apre a questioni molto più grandi come il dover fare i conti con persone “altre” da loro.

Bella – anche se non originalissima – l’idea che le figlie delle due protagoniste/antagoniste (Kerry Washington e Reese Witherspoon) trovino molta più affinità con le rispettive madri  e che entrambe le madri protagoniste abbiano avuto un rapporto disastroso con le proprie pessime madri. (L’uso ripetitivo del termine “madre” è voluto).

Bellissima scrittura, bellissime le foto mostrate (la Washington interpreta un’artista), straordinaria – in molti punti – la recitazione di tutto il cast (menzione speciale ai ragazzi , Megan Scott su tutti, che fanno sembrare la maggior parte dei nostri prodotti poco più che recite da oratorio).

Megan Scott

Tanti (forse troppi) i temi toccati, ma sempre funzionali al racconto della storia e alla crescita dei personaggi.

Una storia di formazione, un drama, uno spaccato sociale raccontato con il ritmo di un thriller.

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The Society, vale la pena guardarlo?

Con The Society (lo trovate su Netflix) siamo dalle parti del presente distopico che nei manuali di narrazione viene chiamato “what if” vale a dire: “cosa accadrebbe se…

E cosa accadrebbe se da West Ham, una cittadina con qualche centinaio di abitanti, sparissero adulti, anziani e bambini e restassero solo i ragazzi? E se insieme agli adulti sparisse anche ogni altra forma di civiltà facendo sì che West Ham, fosse l’unico posto abitato al mondo?

Maneggiare l’ennesima declinazione de Il signore delle mosche in maniera convincente e appassionante non è certo materia semplice, ma l’idea di ribaltare completamente lo scenario e trasportare tutto in una arena ricca, lussuosa e iper civilizzata dove a vivere quanto accade sono ragazzi ben consapevoli del loro background costituito dalla visione di tante serie tv (stupende le citazioni non esplicitate a House of card e al dr. House) che poi sono le stesse dello spettatore (a differenza del libro di Golding) crea una gustosa fruizione nello spettatore.

Toby Wallace

Restando nel campo delle citazioni, una menzione speciale va a Toby Wallace che con il suo Campbell riesce a farsi odiare quasi quanto Jack Gleeson per il suo Joffrey Baratheon ne Il trono di spade. Da Il trono di spade gli autori di The Society hanno imparato anche che far morire un protagonista (quindi un personaggio costruito con grandissima attenzione) non è più considerato un errore, un qualcosa che crea disaffezione nel pubblico.

Da segnalare anche il livello medio della recitazione che resta, ahinoi, altissimo rispetto alle produzioni nostrane.

Kathryn Newton

Peccato solo per la mancanza di un po’ di cattiveria (e coraggio) in più da parte degli autori, forse avrebbero perso un po’ di spettatori teen ma, di sicuro, avrebbero reso l’opera ancora più interessante.

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ISFFplay grandi storie in meno di 20minuti (e una sorpresa)

La camorra è un inferno, la povertà è brutta, la ricchezza corrompe, i giovani di oggi passano troppo tempo al cellulare, gli uomini vogliono tradire le mogli con ragazze giovani, le donne sognano l’avventura con l’uomo bello e romantico, i segreti tengono insieme le coppie, l’arroganza è cafona e così via… aggiungete voi tutti i luoghi comuni (poco ci interessa giudicare se e quante verità ci sia in questi), che dominano la narrazione nel cinema e nell’audiovisivo italiano (e non solo).

Tutto questo a noi NON interessa.

Cerchiamo sguardi diversi. Racconti profondi che vadano oltre la banalità del già “visto” e della facile morale consolatoria. Continua a leggere

Due regolette fondamentali sull’arte della narrazione (e il prezzo che si paga a non rispettarle).

Teen spirit non è un brutto film: la storia è ormai archetipa (il riscatto sociale e personale grazie a caparbietà e talento) e quindi dovrebbe funzionare, gli attori sono bravi e hanno carisma sufficiente a tenerti lì (Elle Fanning su tutti, ma anche Zlatko Buric e  Agnieszka Grochowska, così come Rebecca Hall e gli interpreti minori), ma tutto questo non fa altro che rendere ancora più evidente il problema narrativo che pregiudica il film. Continua a leggere