Mank, inestimabile gioiellino per gli amanti del cinema.

Hollywood dalla grande depressione all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, l’importanza essenziale degli sceneggiatori, figure fondamentali nell’industria del cinema, ma raramente raccontate. Attori – Gary Oldman su tutti – di una bravura imbarazzante. Amanda Seyfried e Lily Collins in ruoli – per quanto non complicatissimi – che finalmente le rendono giustizia.

Amanda Sayfried

Da incorniciare, e non solo per la prova di Oldman, il personaggio di Herman J. Mankiewicz (il Mank del titolo). Grandissimo il lavoro fatto da Jack Fincher che gli regala una velocità di pensiero e una capacità ironica di leggere la realtà che da sole varrebbero l’intero film e che, giusto per ricordarci quanto gli dei della scrittura a volte siano generosi, affida alla “povera Sara” (Tuppence Middleton anche lei bravissima) una delle frasi d’amore più belle e sofferte – pronunciata con una leggerezza ancora più convincente manco fossimo in una delle migliori pellicole di Woody Allen: “…in questa vita mi sono tanto dedicata a te che devo restarti accanto per sapere come va a finire..”.

Il cinema visto come l’urgenza di raccontare storie e l’acquisizione della consapevolezza dell’enorme potere che la fabbrica della comunicazione si avviava sempre più a conquistare, e così la straordinaria la parabola di Shelly Metcalf, uno dei pochi personaggi inventati del film (anche qui una grande prova per Jamie McShane) anticipa quello che poi sarà l’opera che vediamo nascere per tutto il film, uno dei pilastri del cinema dello scorso secolo: Quarto potere di O. Wells (e Herman J. Mankiewicz).

Gary Oldman

Puoi vedere Mank su Netflix e Quarto Potere su Amazon Prime.

Ami il “cinema breve”? Diventa protagonista con noi

Si svolgerà dal 26 al 29 novembre la seconda edizione dell’Inferenze Short Film Festival.

Diventa protagonista guardando e votando in anteprima i 13 corti finalisti di questa stupenda seconda edizione.

Per candidarti scrivi a info@moonoverproduzioni.it

Potrai seguire il festival on-line su

Ass. Luna di Seta

Moon Over produzioni

Massimo Piccolo Page

INFERENZE SHORT FILM FESTIVAL

Perché?

Perché il “pensiero complesso”, l’abbandono di un’interpretazione ingenua (e quindi consolatoria) della realtà è l’atto più rivoluzionario e necessario che oggi possa essere compiuto.

Gli short-movie che saranno protagonisti all’Inferenze Film Festival avranno un unico denominatore comune: il racconto non semplice o scontato di una storia.

La camorra è un inferno, la povertà è brutta, la ricchezza corrompe, i giovani di oggi passano troppo tempo al cellulare, gli uomini vogliono tradire le mogli con ragazze giovani, le donne sognano l’avventura con l’uomo bello e romantico, i segreti tengono insieme le coppie, l’arroganza è cafona e così via… aggiungete voi tutti i luoghi comuni (poco ci interessa giudicare quanto verità ci sia in questi), che dominano la narrazione nel cinema e nell’audiovisivo italiano.

Tutto questo a noi NON interessa.

Cerchiamo sguardi diversi. Racconti che vadano oltre la banalità del già “visto” e della facile morale consolatoria.

La realtà è complicata, fino a quando non l’avrai compreso, non potrai agire davvero.

Strano Paese l’America.

Paese strano davvero l’America.

Ok, sarebbe più corretto dire U.S.A. ma per gli italiani già la parola America ha il suono e una fascinazione tutta sua e poco contano i distinguo.

E “Il processo ai Chicago Seven” (in programmazione su Netflix) è uno di quei film tanto perfetti nel raccontare la stranezza e la fascinazione di questo enorme Paese che pur mettendo in scena la “semplice” realtà di quanto avvenuto sembra che la Storia si sia divertita a stendere un copione da cedere a Hollywood quando si fosse trovata a corto di storie.

Eppure, tanto è il materiale che ci sarebbe stato da raccontare che il film, per motivi di tempo, nemmeno riesce a raccontarlo tutto, la figura dell’incredibile legale William Kunstler, ad esempio, meriterebbe un’opera a parte.

La penna (anche se questa volta lo troviamo anche – molto degnamente – dietro la macchina da presa) è quella di Aaron Sorkin, sua la scrittura di A Few Good Men, diventato ormai un classico, anche in Italia, col nome di Codice d’onore (sì, proprio quello con Jack Nicholson, Tom Cruise e Demi Moore) e cito questo solo per farvi immaginare quanto si trovi a proprio agio nel raccontare un processo.

Il cast è di livello altissimo con i protagonisti che si divertono a fare a gara tra loro e dove anche i figuranti sembrano aver anni di accademia alle spalle.

In scena una generazione che provava a combattere fino a vincere (con i fiori infilati nelle baionette dei poliziotti o con bottiglie incendiarie) una politica che considerava i cittadini come semplici pedine da sacrificare in nome di interessi economici, politici e geopolitici.

Uno strano Paese l’America che – nel silenzio della maggioranza – ogni due anni ha più morti di quelli avuti in Vietnam nel nome del secondo emendamento (vendita di armi, anche d’assalto a tutti) e seppellisce più morti per Covid di quanti hanno perso la vita nelle sue ultime guerre.

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The Queen’s Gambit

Può il gioco degli scacchi diventare esaltante e cinematografico anche per chi di scacchi capisce poco o nulla? Se siete appassionati di “belle storie” e avete visto o guarderete The Queen’s Gambit sicuramente la risposta è sì.

Non badate al titolo italiano “La regina degli scacchi” il titolo originale  – che poi è quello pensato dal genio dello scrittore Walter Tevis – suoi anche The Hustler (tradotto con Lo spaccone, indimenticabile film con Paul Newman) e L’uomo che cadde sulla terra (primo film da attore di David Bowie) – ha un significato molto più complesso (proprio come questa miniserie), dove Gambit significa “gambetto” che si usa per indicare  una mossa degli scacchi e suona come “il sacrificio della Regina”.

Anya Taylor-Joy, la protagonista del film è bravissima e regge perfettamente quasi sei delle sette puntate della miniserie, ma senza Isla Johnston che interpreta in maniera straordinaria la stessa protagonista da ragazzina il personaggio di Beth Harmon non avrebbe la stessa potenza e credibilità.

Può il gioco più antico del mondo godere in maniera sana di “effetti speciali”? Certo. Le scene dei pezzi che calano giù dal soffitto come statue di una cattedrale gotica sono stupende e funzionali.

Altra mossa vincente, anche grazie a The Queen’s Gambit, scopriamo che gli elementi che saranno caratteristici di un personaggio si possono introdurre senza doverli spiegare con voci fuori campo, 50 flashback e 12 dialoghi. La nascita della passione per la moda di Beth (che diventa un piacere per lo sguardo degli spettatori visto che indossa molto bene il meglio dei vestiti anni ’50 e ’60) si origina da un paio di piccoli dispiaceri e non da mega drammi.

In conclusione, davvero un bel coming of age con tanto di riscatto personale, deliziosamente femminista, che inizia con un incidente e termina su di un tavolino a Mosca. Da non perdere.

(in programmazione su Netflix)

Una storia sulla maternità che non ti aspetti..

L’aspetto più interessante di “Little fires everywhere” (la trovate su Amazon Prime) è il ribaltamento che alla fine fa dell’attualissimo dibattito sulla maternità (obbligo? scelta? necessità?) che pone sempre più l’accento e il punto di vista sulle donne e sempre meno sul “prodotto” della scelta che non è solo il dover rinunciare, modificare o riprogrammare la vita della madre tra carriera, affetti ecc, ma anche il dovere fare in conti con delle nuove esistenze che, passato il momento di massimo appagamento o frustrazione dei genitori, quello del bisogno assoluto dei figli nei loro confronti, si apre a questioni molto più grandi come il dover fare i conti con persone “altre” da loro.

Bella – anche se non originalissima – l’idea che le figlie delle due protagoniste/antagoniste (Kerry Washington e Reese Witherspoon) trovino molta più affinità con le rispettive madri  e che entrambe le madri protagoniste abbiano avuto un rapporto disastroso con le proprie pessime madri. (L’uso ripetitivo del termine “madre” è voluto).

Bellissima scrittura, bellissime le foto mostrate (la Washington interpreta un’artista), straordinaria – in molti punti – la recitazione di tutto il cast (menzione speciale ai ragazzi , Megan Scott su tutti, che fanno sembrare la maggior parte dei nostri prodotti poco più che recite da oratorio).

Megan Scott

Tanti (forse troppi) i temi toccati, ma sempre funzionali al racconto della storia e alla crescita dei personaggi.

Una storia di formazione, un drama, uno spaccato sociale raccontato con il ritmo di un thriller.

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The Society, vale la pena guardarlo?

Con The Society (lo trovate su Netflix) siamo dalle parti del presente distopico che nei manuali di narrazione viene chiamato “what if” vale a dire: “cosa accadrebbe se…

E cosa accadrebbe se da West Ham, una cittadina con qualche centinaio di abitanti, sparissero adulti, anziani e bambini e restassero solo i ragazzi? E se insieme agli adulti sparisse anche ogni altra forma di civiltà facendo sì che West Ham, fosse l’unico posto abitato al mondo?

Maneggiare l’ennesima declinazione de Il signore delle mosche in maniera convincente e appassionante non è certo materia semplice, ma l’idea di ribaltare completamente lo scenario e trasportare tutto in una arena ricca, lussuosa e iper civilizzata dove a vivere quanto accade sono ragazzi ben consapevoli del loro background costituito dalla visione di tante serie tv (stupende le citazioni non esplicitate a House of card e al dr. House) che poi sono le stesse dello spettatore (a differenza del libro di Golding) crea una gustosa fruizione nello spettatore.

Toby Wallace

Restando nel campo delle citazioni, una menzione speciale va a Toby Wallace che con il suo Campbell riesce a farsi odiare quasi quanto Jack Gleeson per il suo Joffrey Baratheon ne Il trono di spade. Da Il trono di spade gli autori di The Society hanno imparato anche che far morire un protagonista (quindi un personaggio costruito con grandissima attenzione) non è più considerato un errore, un qualcosa che crea disaffezione nel pubblico.

Da segnalare anche il livello medio della recitazione che resta, ahinoi, altissimo rispetto alle produzioni nostrane.

Kathryn Newton

Peccato solo per la mancanza di un po’ di cattiveria (e coraggio) in più da parte degli autori, forse avrebbero perso un po’ di spettatori teen ma, di sicuro, avrebbero reso l’opera ancora più interessante.

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ISFFplay grandi storie in meno di 20minuti (e una sorpresa)

La camorra è un inferno, la povertà è brutta, la ricchezza corrompe, i giovani di oggi passano troppo tempo al cellulare, gli uomini vogliono tradire le mogli con ragazze giovani, le donne sognano l’avventura con l’uomo bello e romantico, i segreti tengono insieme le coppie, l’arroganza è cafona e così via… aggiungete voi tutti i luoghi comuni (poco ci interessa giudicare se e quante verità ci sia in questi), che dominano la narrazione nel cinema e nell’audiovisivo italiano (e non solo).

Tutto questo a noi NON interessa.

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