Perché il museo Lombroso non andrebbe chiuso (ma visitato più dell’Expo’).

La storia è nota, in pieno positivismo (siamo nella seconda metà dell’800 e il genio di Darwin aveva finalmente spiegato la “creazione” dell’uomo) Lombroso e i suoi colleghi mettono su il primo tentativo di rendere l’antropologia criminale una scienza. Fallendo miseramente.

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Da una parte, specie con Lombroso, la fisiognomica, cioè cercando nella conformazione fisica dell’individuo (per semplificare: i tratti somatici, la fronte, il naso ecc) la sua predisposizione al crimine e alla malattia mentale (che per loro erano più o meno la stessa cosa), dall’altra, con Enrico Ferri, i fattori sociali, ma attenzione, non intesi come ambiente (povertà, disagio, ignoranza ecc) ma dal punto di vista biologico, vale a dire barbari e semibarbari, manco a dirlo, i meridionali.

In poche parole, sempre per il Ferri e suoi seguaci, era un problema naturale (dipendente dalla natura) che i meridionali fossero poltroni, barbari, incapaci, criminali. Mentre per Lombroso, la propensione al crimine, sempre dei meridionali (ricordiamo che lo stesso aveva combattuto nella guerra civile post unitaria chiamata brigantaggio) dipendeva dalla loro diffusa conformazione (malformazione) fisica.

Probabilmente, se i due studiosi fossero stati solo tali e non anche esponenti di spicco del partito socialista italiano, le loro strampalate teorie non avrebbero avuto una tale presa nell’alta e bassa borghesia del nord Italia, fino ad arrivare anche alle masse operaie settentrionali.

Nasce così la scuola “positiva” (anti)meridionalista con tanti esponenti (Sergi, Niceforo, tra gli altri) che farciranno i loro scritti, novelle, racconti, vignette di queste teorie, tanto da trasformarle in ideologia (quasi inconscia) che favoriranno, pian piano, la nascita di quel razzismo interno che ancora oggi corrode la Penisola.

Ci vorranno gli scritti di Gramsci perché il sistema venga messo realmente in discussione e il Psi ne prenda le distanze.

Ovviamente oggi il Museo Lombroso racconta la vera Storia della grande cantonata a-scientifica dei suoi fondatori e nelle visite guidate alle classi di alunni spiegano egregiamente le conseguenze razziste di questi studi, basati, tra l’altro, sull’oltraggio di resti di poveri esseri umani. Con il grande merito per nulla secondario, tra l’altro, di chiamare la “campagna contro il brigantaggio” con il vero nome, cioè “guerra civile”.

Cosa più rara da incontrare nelle classi del sud dove è ancora molto in auge la favoletta di “Garibaldi e dei 1000 liberatori”.

20.039 lettori nei primi 90 giorni

Se dicessi che è nato per gioco racconterei una bugia.

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L’idea di avere uno spazio “diretto” per provare a raccontare la mia “idea del mondosenza passare per giornali o tv con le quali collaboro o affidarmi a un film o a uno spettacolo mi intrigava molto e frullava in testa da un bel po’.

In realtà non so se 20.039 lettori in questi primi 90 giorni (o poco meno) sia, dal punto di vista del marketing, un buon risultato oppure no, ma a il pensiero che tante persone si siano fermate qui in un posto del genere (dal nome difficilissimo da ricordare) dove si parla spesso di argomenti non troppo popolari, per me è straordinario.

Grazie ancora.

Max

Gomorra: Napoli, tra realtà e rappresentazione.

Arriviamo subito al punto, mai mi sognerei di suggerire un divieto per le riprese o la messa in onda di Gomorra, ma, allo stesso modo, non potrei mai stigmatizzare o indignarmi per le sacrosante proteste o levate di scudi contro questa discutibilissima fiction.

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Il discorso è lungo e complesso, quindi proverò ad analizzarlo in più riprese (senza escludere i suggerimenti che man mano, grazie a voi, metterò insieme).

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Miss Italia, la sinistra e il compromesso ipocrita.

C’è voluta la gaffe storica della neo eletta Alice Sabatini perché, almeno per un giorno si tornasse a parlare del concorso nazionale, attuale, glamour e attraente quanto una schedina del totocalcio paragonata ai sistemi di gioco on line.

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La diciottenne ragazzotta della provincia di Viterbo ha detto, rispondendo alla sofisticatissima e originale domanda: “in che epoca ti sarebbe piaciuto vivere?” Continua a leggere

Perché, in poche e semplici parole, la Bindi ha torto.

“La camorra è un dato costitutivo della città e della società (Napoli).”

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Questa frase, per i quattro o cinque che non lo sapessero, ha scatenato tutta una serie di polemiche dividendo la società (napoletana e no) tra gli offesi, i concordi, i revanscisti, i vittimisti ecc ecc, fino a coinvolgere De Magistris e De Luca.

Calma e gesso quindi.

La camorra esiste nella società napoletana?

Certo.

E’ un dato “costitutivo”?

Manco per niente.

Essere “costitutivo” di una qualsiasi cosa vuol dire che in sua assenza quella cosa non esiste. L’idrogeno è elemento costitutivo dell’acqua, senza l’acqua non esiste.

Maradona è stato costitutivo del Napoli campione d’Italia, senza Maradona niente scudetto.

Senza scomodare la Storia, ma Napoli non è certo stata “costituita” dalla camorra (cosa che purtroppo non si può dire dell’unificazione nazionale e del Risorgimento).

La camorra a Napoli è un cancro, è endemica e diffusa. Non è mentalità dei napoletani (se non di quelli collusi o camorristi).

L’omertà, che per decenni lo Stato ha segnato come dato costitutivo della mentalità camorristica e principale causa dell’esistenza della stessa (ricordate le letture alle scuole medie?), adesso che camorra, mafia e ndrangheta sono arrivate anche al nord, si è scoperto che è semplice e sacrosanto istinto di conservazione.

Se una persona cede al parcheggiatore abusivo e paga la camorra, non lo fa per la mentalità camorristica ma per paura (spesso immotivata).

Non abbocchiamo alla favoletta che la camorra, in fondo in fondo, sia colpa nostra e per come siamo “costituiti”, un po’ come la storia dell’omertà insomma.

Le parole, è bene ripeterlo, sono quanto mai importanti.

Selvaggia Lucarelli e lo “scherzone” a Lisa Fusco.

Per chi non lo sapesse, Lisa Fusco è una soubrette, canticchia e ballicchia, né meglio né peggio di tante altre che affollano palinsesti e non memorabili trasmissioni della tv e radio generaliste.

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Per chi non lo sapesse, Selvaggia Lucarelli è una blogger, partecipa e conduce programmi, né meglio né peggio di tante altre che affollano palinsesti e non memorabili trasmissioni della tv e radio generaliste.

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Made in Sud? Ma mi faccia il piacere!

Ieri ho assistito per (s)ventura a un pezzetto di Made in sud dove Gigi e Ross si mostravano in una pateticissima “imitazione”(?) – lasciata solo al trucco, per di più approssimato – di Baglioni e Morandi. Parodia che aveva l’unica matrice comica nel dileggio della “presunta” anzianità dei “capitani coraggiosi”, con “battute”(?) del tipo: “incontinenza”, “impotenza”, “dentiere”.

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Uno spettacolo pietoso. Non che il resto (per quel poco che ho resistito) fosse meglio.

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I Favolosi Baker. Ovvero: gli altri anni ’80

Frank: “Due pianoforti non bastano più” –  Jack: “Non sono mai bastati.”

Geniale. Quando quasi due ore di un film (compresi accenti, sfumature e sottigliezze) possono essere racchiusi in uno scambio così veloce di battute si ha poco da dubitare, c’è qualcosa di geniale.

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Tutti i problemi dell’essere musicista da night club, la differente visione della vita e dell’arte (che poi è la stessa cosa) dei due fratelli, la necessità di aggiungere una voce e il pericolo per la stessa sopravvivenza del “duo” Continua a leggere

Perché è stato giusto pubblicare la foto del piccolo Aylan (che non pubblicherò).

Come sempre succede in questi casi è scoppiata la polemica su quanto fosse stato giusto scattare la foto del corpo esanime del piccolo Aylan, il bimbo siriano morto da solo, atrocemente spiaggiato sulla riva turca. E poi, quanto fosse giusto pubblicare lo scatto della Demir (la reporter che ha realizzato la foto).

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Realizzare quello scatto non solo era giusto, ma addirittura necessario. Come era necessario che i giornali la pubblicassero per scuotere, meglio di 1000 ore di dibattiti da talk show le coscienze assopite.

Se abbiamo una comprensione diversa, più partecipativa alle vicende storiche dal XIX secolo in poi lo dobbiamo anche a questo straordinario e insuperato mezzo di comunicazione.

Senza l’immagine del corpo martoriato di Michelina De Cesare oggi avremmo una diversa percezione di quello che è stata la guerra civile post unitaria in Italia.

Senza il pianto disperato di Kim Phúc (la foto che ho usato per commentare questo articolo e che fu in un primo momento censurata, assurdamente per il nudo e non per l’atrocità del napalm) forse la guerra in Vietnam sarebbe durata più a lungo, merito riconosciuto da più parti a Nick Huynh Cong, il fotografo che poi riuscì anche a salvare la vita della ragazzina.

Senza le foto di campi di sterminio la banalità del male per noi non sarebbe comprensibile.

E si potrebbe continuare a lungo.

Perché ho scelto di non pubblicarla.

Attualmente la fotografia si è irrimediabilmente depotenziata, e non per un indebolimento del mezzo, ma per la moltiplicazione delle immagini realizzate e viste.

Provate a ricordare fino a dieci anni fa (prima dell’era social) quante immagini fotografiche vi soffermavate a guardare al giorno, le 50-60 di una rivista o di un quotidiano? 100 se si aggiungevano le pubblicità in strada?

Adesso saremo esposti a qualche migliaio di immagini al giorno: dai gattini alle insalate, dai tramonti alle modelle di quartiere, e così via. Aggiungere qualcosa di così drammatico e importante rischia di essere sopraffatto o peggio diluito da tutto il resto, troppo rumore di fondo.

Peggio ancora poi, anche se sono sicuro delle buone intenzioni, la scelta di trasformare l’immagine in meme e piazzarla nei diversi contesti in una rincorsa alla ricerca del più scioccante/disturbante/poetico. Sia chiaro, l’operazione non è certo nuova, basta aver girato un po’ di mostre di arte contemporanea (almeno per la prima realizzazione, poi è partito l’effetto emulazione), ma anche in questo caso, trovo il contesto social poco appropriato.

Perché allora ho pubblicato la foto del Vietnam.

Il tempo distingue e differenzia la cronaca dalla storia.

Arriverà un giorno nel quale la Storia ci chiederà conto di questa tragedia attualmente ancora contesa tra leghismi, nazionalismi e menefreghismi, come è stato, ad esempio, per l’indifferenza ai campi di sterminio o il Vietnam e allora l’immagine di Aylan non sarà più cronaca ma Storia.

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Maurizio de Giovanni: lo scrittore che per Napoli (città) segna e vale più del suo Napoli (calcio).

Non sto per parlare dei libri del celebre giallista napoletano ma, come sempre in questa rubrica, del corto circuito, una volta tanto con risvolti positivi, che ha inconsapevolmente creato.

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Conosciuto praticamente da tutti, addirittura da più delle sue centinaia di migliaia di lettori grazie all’inesauribile fede calcistica o, per dirla in gergo, per essere un “malato del Napoli (calcio)” cosa che l’ha portato oltre a scrivere di partite, schemi ecc. su Il Mattino anche a frequentare i seguitissimi salotti televisivi sportivi.

E’ di questi giorni la notizia che il ciclo dedicato ai Bastardi di Pizzofalcone diventerà una fiction in sei puntate per la prima serata di Rai1, con Alessandro Gassmann protagonista. L’idea è quella di fornire alla Rai qualcosa per poter evitare la 100esima replica di Montalbano. A questo seguirà il ciclo dedicato al commissario Ricciardi.

Più di una volta mi sono trovato in completo disaccordo con de Giovanni quando, da Il Mattino, attribuiva al calcio, alle gare del Napoli, una valenza di riscatto sociale secondo me eccessiva e fuorviante.

In questo caso però, e arriviamo al corto circuito di sopra, forse non si è reso conto che il gol per la vera vittoria di Napoli (tutta, tifosi e non), e che vale più di un campionato l’ha segnato lui.

Portare la grande fiction a Napoli significa creare lavoro per il settore e l’indotto, movimentare il turismo (i Bastardi non è Gomorra e pensate poi agli straordinari spunti di fascinazione di Ricciardi).

Immaginiamo adesso cosa potrebbe accadere se almeno 1/10 (e non 1/1000 come adesso) delle energie economiche e comunicative locali impegnate nel calcio fossero destinate alla cultura…

 

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