E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria):  Il mistero del London Eye – Siobhan Dowd

Detesto, amabilmente, le etichette.

Se sui i barattoli di marmellata o una bottiglia di vino ancora riesco a capirne l’utilità, già doverne mettere su una scatola di roba vecchia diventa complicato poi ritrovarne il contenuto.

Mi sono imbattuto in questo libro senza conoscere (colpa mia), niente dell’autrice né della collana dove era stato inserito, ma London Eye sembrava essere un buon spunto per un mistero e così ho iniziato a leggerlo.

I tre protagonisti principali sono ragazzini, uno dei tre, Ted,  voce narrante della storia, è un soggetto Asperger, (lui stesso spiega la sua caratteristica paragonando il suo modo di ragionare e rapportarsi al mondo come se avesse installato, nella sua testa, un sistema operativo un po’ diverso dagli altri), appassionato di meteorologia e in piena fase di scoperta della vita.

Ted e la sorella appena un po’ più grande si sentono responsabili della scomparsa del cugino in visita a Londra e per questo decidono di condurre, di nascosto, delle indagini che porteranno alla soluzione della sparizione del ragazzino.

La trama è ben costruita e avvincente, la prosa ricercata e precisa, anche se l’aspetto più affascinante resta il poter guardare la realtà attraverso il “sistema operativo” di Ted.

Per quanto il crimine sul quale si indaga e le dinamiche dei due gruppi familiari siano perfettamente “da adulti”, questo libro è etichettato “per ragazzi” come se si cercasse il colpevole del furto di una torta o della scomparsa di una bicicletta.

Basta che i protagonisti siano dei ragazzi perché un libro debba essere destinato solo a loro? E, giusto per volare altissimi, se consiglio Il giovane Holden a una persona che ha passato i venti anni, sto facendo un errore?

SNAP! – IL BAR DELLE GRANDI SPERANZE

Con un titolo che si rifà al buon Charles Dickens, il Bar delle grandi speranze non poteva – per noi che della scrittura ne abbiamo fatto un lavoro – non farsi notare tra i titoli dalle varie piattaforme.

E, bella conferma, Dickens c’entra davvero con la storia, sia perché dà il nome al bar che diventa un po’ il centro di formazione e scoperta (non solo letteraria, come ogni buon libro dovrebbe fare), del giovanissimo protagonista, sia perché parla, a modo suo, di un (quasi) orfano costretto a inventarsi un posto nel mondo.

E c’entra anche perché il film è tratto dal bel libro (molto autobiografico), “The tender bar” di J. R. Moehringer (quello di Open di Agassi), che omaggia Dickens se non altro per la necessità, scoperta anche grazie a lui, di diventare scrittore.

Gran bel cast, da Tye Sheridan (il protagonista adolescente) a Daniel Ranieri (il protagonista bambino), dal nonno (molto dickensiano, per restare in tema), Christopher Lloyd, alla madre single Lily Rabe, fino a Briana Middleton, perfetta nel ruolo della (quasi)fidanzata sexy, carina e odiosa.

Una nota a parte merita Ben Affleck (che in qualche modo finirà per diventare nella vita di J.R. più importante del padre), forse non è uno di quei grandi attori capaci di interpretare qualsiasi personaggio, ma in alcuni ruoli è perfetto. E questo è uno di quelli.

Bellissima la fotografia di Martin Ruhe, perfettamente al servizio della storia e della regia di George Clooney, più concentrata sul racconto e sugli attori che a voler dimostrare autocompiaciuti virtuosismi.

Una bella boccata di ossigeno insomma.

Lo trovate su Amazon Prime.

Esile/SNAP! – JACK REACHER

Spiegare quella specie di ossessione che prende noi appassionati, magari cresciuti con Proust, Fitzgerald e Tolstoj, per Jack Reacher è operazione tutt’altro che semplice.

Che un autore lanci una serie di libri dedicati a personaggi ricorrenti è abbastanza comune, anche a casa nostra non mancano grandi esempi (da De Giovanni a Carofiglio), ma che un autore crei un unico personaggio e lo segua per tutta la vita – Lee Child scrive del suo Jack Reacher dal 1996 – è già meno comune e qualcosa inizia a dirci.

Alan Ritchson

L’aspetto più sorprendente dell’opera di Child è che parta, più o meno sempre, da un assunto semplicissimo: Jack Reacher è il buono che, per una fortuita circostanza, si trova sulla stessa strada di uno o più cattivi e, grazie alle sue abilità fisiche e mentali li sconfigge. Punto. Fine. Banale fino a sembrare noioso.

E invece non è così.

Lee Child è un maestro nel costruire “i cattivi”. Gli antagonisti (che siano una persona, una situazione o una città), nella penna dell’autore britannico diventano qualcosa di particolarmente “odioso”, che sia per interesse, ottusità, cattiveria o forza bruta poco importa. Senza loro, i ventisei (26!) libri su Reacher non sarebbero diversi dalle centinaia di buone storie che escono ogni anno dalla penna di abilissimi artigiani del genere.

Jack Reacher, dal canto suo, è un personaggio unico, per quanto riprenda il mito del cavaliere solitario. Congedato con onore all’indomani della caduta del muro di Berlino col grado di Maggiore dalla centodecima divisione nella Polizia Militare dell’esercito USA, viaggia ininterrottamente, tra autostop e autobus lungo tutto i 50 Stati americani (con piccole sortite fuori dal Continente). Non ha bagagli e non possiede nulla oltre uno spazzolino da denti pieghevole e gli abiti che indossa.

Jack Reacher è la massima negazione mai raccontata del Sogno Americano (che poi è il sogno occidentale) che, per giunta, non ha alcuna simpatia per l’immaginario orientale (spesso diventato new-age) o invidia per il mito del buon selvaggio. In poche parole, non disdegna il lusso ma non crede che una bella auto possa valere qualche anno di lavoro, ama le donne ma non abbastanza per poter rinunciare alla propria libertà.

Da un paio di giorni è stato rilasciato il trailer di una serie Amazon Prime dedicata ai libri di Child con Alan Ritchson (fisicamente forse un po’ troppo bodybuilder, anche se di viso ha una buona somiglianza con Child/Reacher), che si affianca ai due film con Tom Cruise (altro appassionatissimo fan di Reacher) già usciti in questi anni.

Il buon Ritchson, saprà rendere oltre all’azione anche una certa sofferenza, quasi poetica, del nostro Jack? Il rischio che diventi una baracconata anni ’80 è dietro l’angolo.

In ogni caso, continuerò ad aspettare Jack, nella sua prossima capatina in Europa, qui a Napoli, per fargli capire cosa può essere davvero un caffè…

Dal 4 febbraio su Amazon Prime.

SNAP! – COLIN IN BLACK & WHITE

È davvero molto raro imbattersi in un prodotto così bello e importante allo stesso tempo, solo per fare un esempio, per quanto fosse importante, l’altra opera di Ava DuVernay – When They See Us – per quanto importante per il tema, non arrivava a questa bellezza narrativa.

Colin in Black & White è invece toccato da quello stato di grazia che fa funzionare tutto, e per tutto voglio intendere le tantissime idee che accompagnano il racconto della nascita di una delle stelle dello sport Colin Kaepernick che con il suo impegno è andato molto oltre i meriti del campo da gioco, tra le altre cose, il gesto di tenere un ginocchio a terra per protesta contro le aggressioni a sfondo razzista l’ha “inventato” lui nel 2017.

La vita del giovane Colin – un bravissimo Jaden Michael – scorre su un maxi schermo come fosse un teen-drama con il vero Colin a fare da presenza e voce fuori campo, al di qua della quarta parete, alternando la parte recitata con alcuni interventi che snocciolano storia, statistiche, studi sociali e cronaca così che concetti come le micro-aggressioni o il “nero accettabile” possano essere compresi, non tanto da chi, privilegiato, non le ha mai subite, ma almeno da chi – e la platea qui si fa grandissima e riguarda tutti noi anche italiani – perché queste categorie valgono non soltanto per i neri ma per ogni fetta di società per qualche motivo discriminata: donne, meridionali, gay, persone dell’Est ecc.

Lo trovate su Netflix.

E.Si.Le (Estrema Sintesi Letteraria):  L’uomo invisibile – Herbert G. Wells

Almeno due sono le cose che fanno di questo caposaldo della fantascienza uno di quei libri da leggere al di là delle preferenze del genere e della data di pubblicazione, e sono due intuizioni “geniali” del nostro Wells.

Descrizioni, ritmo, fantasia nelle imprevedibili implicazioni negative del diventare invisibile (davanti a questa prospettiva non è che la prima cosa che si va a pensare è “come diavolo farò a coprirmi per difendermi dal freddo?”), un bello spaccato sulla società di fine ‘900 in Inghilterra, il valore della scoperta scientifica (in una società ancora non del tutto pronta). Tutte cose raccontate in modo egregio da un grande narratore. Ma non sono queste le due che dicevo sopra.

Il “montaggio”, o più esplicitamente la linea temporale che usa Wells per raccontare la sua storia. Già dalla prima pagina siamo catapultati in una vicenda nel pieno della sua evoluzione e solo dopo un bel po’ che abbiamo preso confidenza col protagonista l’autore ci accorderà il privilegio di raccontarci quanto successo in precedenza. Geniale.

Seconda cosa. Jack Griffin/l’uomo invisibile è un albino, e per questa sua particolarità che lo rendeva visibilissimo tra la gente (a 20 anni aveva capelli e baffi completamente bianchi), veniva sistematicamente ignorato e messo da parte dagli altri. Gli ci vorrà il dono (condanna) dell’invisibilità per diventare il più ricercato, temuto e considerato da tutti. Geniale.

SNAP! – THE STRANGER

E finalmente arriva una serie dall’identità precisa, fiera del suo genere (giallo-thriller), che non si lascia distrarre dalla tentazione di filosofeggiare sulla morale, non cede al fascino dell’estetica del dolore né vuole diventare un trattato di analisi sociale.

Quello portato sullo schermo da Daniel O’Hara e Hannah Quinn, grazie alla sceneggiatura di Danny Brocklehurst che ha saputo tradurre in immagini un’altra bella storia di Harlan Coben è una perfetta variazione sul tema di un evento, neanche troppo straordinario o eccezionale – la rivelazione di una strana bugia – che travolge la vita di un uomo comune, perfetta perché mantiene fino in fondo la promessa di tenere sempre e comunque in scena persone comuni – esempio lampante, il disastroso inseguimento tentato in auto da Richard Armitage a Hannah John-Kamen.

Altro elemento assolutamente di pregio di The Stranger è la scelta di rivolgersi contemporaneamente sia al pubblico adulto sia a quello più giovane con le indagini condotte dal padre da un lato, e il figlio dall’altro che scorono in maniera parallela su un doppio binario, fino all’inevitabile incrocio, rivelando due gruppi con dinamiche, segreti e vite completamente stagne (anche in questo caso senza farne particolare dramma), fino a quando gli eventi non li mettono in comunicazione.

Lo trovate su Netflix.