La bufala dell’invenzione della pizza Margherita (e le spese folli del dittatore “Garibaldo”).

E’ incredibile come ancora oggi abbia tanta fortuna la favoletta risorgimentista “dell’invenzione” della Pizza Margherita.
Riporto qui sotto un brano tratto da un mio libro dedicato alla gastronomia del 2011.

max garibaldo

Alla vigilia dell’annessione, la massa monetaria circolante nel Regno delle Due Sicilie rappresentava il 60% dell’intero patrimonio di tutta la penisola, compreso il ricco Stato Vaticano e il piccolo regno dei Savoia; mezzo miliardo in lire piemontesi, invece, furono sottratte da Garibaldi al Banco di Napoli e andarono perse tra Torino, Parigi e Londra – si parla di una cifra nove volte superiore all’intero prestito fatto dai Savoia per la guerra in Crimea. Almeno di 165 milioni, sempre in lire piemontesi, il patrimonio personale di Francesco II che, volontariamente, lasciò al Banco di Napoli e del quale, sempre nel periodo dittatoriale di Garibaldi, se n’è completamente persa traccia. (nota1)

E fu così che nel lontano 1889 i Savoia, dopo aver prosciugato e dissipato le casse del regno più ricco della penisola, riuscirono, complice un geniale pizzaiolo napoletano (nella storia di Napoli c’è sempre un napoletano “complice”) a mettere la firma su una delle peculiarità che avrebbero reso l’ex capitale comunque celebre, per sempre, nel mondo. La pizza. E ironia della sorte, quella che al momento sembrò una celebrazione per la pizza, con la dedica al nome della regina d’Italia Margherita di Savoia, in realtà, nel tempo, è diventata una celebrazione per la signora Margherita di Savoia, della quale, dopo la brevissima vita del regno savoiardo e la fine non proprio gloriosa, ci si ricorda solo per aver dato il nome alla famosa pizza.

Quando Raffaele Esposito, su richiesta della stessa regina, portò alla reggia di Capodimonte, dove la nobildonna si era sistemata (nello splendido parco costruito nel ’700 per volere di re Carlo di Borbone), tre di queste famose pizze – una con pomodoro, mozzarel-la e basilico, una con olio, formaggio e basilico e l’altra con ciceniel-li – di sicuro non fece altro che replicare delle ricette già in uso da tempo. E non solo tra il popolo, poiché la pizza in realtà era amatissima anche alla corte dei Borbone, tanto che Maria Carolina d’Austria, moglie del re Ferdinando di Borbone, aveva fatto costruire un forno apposta nel palazzo di San Ferdinando. In realtà alcune fonti, anche autorevoli come Francesco de Bourcard (nota2) (che raccoglie il testo di Emmanuele Rocco), parlano di pizza margherita già nel 1858 (trentanove anni prima del famoso documento di Brandi), suggerendo il nome margherita dal comune fiore, dal momento che la mozzarella sciogliendosi formava come dei piccoli petali.

Innegabile però che per Raffaele Esposito, marito di Maria Giovanna Brandi, l’aver ricevuto dall’Ufficio di Bocca della Real Casa dei Savoia la lettera ufficiale (ancora affissa nel locale) che esprime-va gratitudine e apprezzamento da parte della regina Margherita per la sua pizza, abbia fatto sì che il locale assumesse un’indubbia valenza storica che nel tempo (e ancora oggi) ha contribuito a determinarne l’enorme fortuna.

nota1:Roberto Martucci, L’invenzione dell’Italia unita, pp. 231-232, Sansoni, Milano 1999.
Nota2:Francesco de Bourcard, Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, vol II, G. Nobile, Napoli 1858, pp. 120, 127.

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