OTTANTA – Milano da bere

Davvero grandiosi quegli anni 80. Straordinari. Almeno in Italia. O almeno a Milano.

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In quale altra meravigliosa congiuntura spazio-temporale si sarebbero potuti riuscire a fondere così indissolubilmente dei grandissimi jazzisti come Jaco Pastorius, Wayne Shorter e Joe Zawinul (gente che suonava con Miles Davis, tanto per capirci), un sindaco “socialista” come Carlo Tognoli, opere architettoniche antiche (il Duomo) e nuove (la celebre linea 3 della metro), un po’ di modelle e un liquore vecchio di un paio di secoli?

Solo negli anni ’80 e solo grazie a uno dei nuovi santoni della società, un geniale pubblicitario.

Poche note del basso sintetizzato della canzone Birdland montate su delle immagini per raccontare le luci del Duomo che non fanno in tempo a spegnersi che è già ora di alzarsi, un ragazzo che con un colpo preciso spegne la radiosveglia e salta – pieno di vita – giù dal letto, una giovane coppia che fa footing nel centro, un garzone del bar che cammina con il vassoio con una bottiglia di amaro e dei bicchieri, tre vigili in un bar che bevono in una coreografia mentre dalle scale mobili una persona sale leggendo una copia de il Sole24ore (vi sareste aspettati il solito yuppies vero ? nient’affatto, è una ragazza dark – l’ho già detto che questo pubblicitario è un genio, no?).

Nel frattempo il garzone è finalmente arrivato a destinazione e nel camerino di una delle 1000 sfilate viene circondato dalle modelle che lo coccolano e gli regalano un bacio sulla guancia. Ma è già di nuovo sera, e mentre una coppia balla nella piazza deserta un furgoncino si appresta a pulire la strada perché tutto possa ricominciare sullo skylight di Milano con la Maduninna a fare da sfondosorge” la bottiglia di amaro Ramazzotti.

Anche lo script è perfetto: questa Milano da vivere, da sognare, da godere. Questa Milano da bere.

Ok. Ora è facile fare dell’ironia sapendo come è andata a finire con tangentopoli, il lunedì nero e la crisi dei primi anni ’90. So bene che Blob per tutto il periodo di tangentopoli si divertiva a far precedere le immagini del tribunale di Milano o del carcere di Rebibbia dal claim “Milano da bere”. E ricordo tutte le battute e giochi di parole della satira del tempo: “Milano da pere”, “Milano da bere (e anche da mangiare)”, “Milano bevuta” ecc ecc.

Ma liquidare così la storia di quegli anni equivarrebbe a non volerla capire.

Milano è stata la città che più delle altre aveva pianto e pagato gli anni ’70, con il piombo che si era mischiato alla nebbia e al grigio dei tg dell’epoca in maniera così precisa che quando, grazie all’intelligenza (senza troppi scrupoli) socialista dell’area craxiana, abbandonò la vocazione operaia per quella terziaria molti ebbero a dire che era diventata finalmente una città a “colori”.

Così l’industria della moda venne spinta al massimo grazie a tutta una serie di investimenti dell’amministrazione, la Città divenne il palcoscenico perfetto per un continuo susseguirsi di eventi (che raggiungerà il top con Frank Sinatra al Palatrussardi), la settimana della moda di Milano vinceva su quella di Parigi.

L’altra industria con il trend in pieno e inarrestabile sviluppo era quella pubblicitaria in qualche modo “creata” a Milano da un imprenditore di Arcore, tale Silvio Berlusconi che aveva finalmente trovato il modo di superare (con un po’ d’ingegno e la nuova tecnologia) la legge sull’emittenza privata. La borsa di Milano dietro quella di New York e Tokio moltiplicava di giorno in giorno i risparmi di tutti i cittadini che avevano cominciato a seguire gli indici dei titoli più delle previsioni del tempo e dei risultati di calcio.

Per dirla in breve: a Milano c’erano un sacco di soldi. E dove ci sono molti soldi (fin quando ci sono) tutti possono guadagnarci, creativi, progettisti, stilisti, fotografi, registi, attori, ristoratori, alberghi, modelle, accompagnatori, spacciatori (siamo nel pieno boom della cocaina).

Spesso si dice che Marco Mignani, l’ideatore dello spot, abbia realmente “inventato” la Milano da bere. Ma quella Milano da bere (da vivere, da godere e da sognare) invece è esistita davvero.

Mignani, come spesso succede nell’arte, quella Milano l’ha soltanto fotografata, spiegata, cristallizzata e passata all’immaginario collettivo nel suo momento più bello e drammatico.

Il concerto di Frank Sinatra fu “celebrato” il 28 settembre 1986, lunedì 19 ottobre 1987 la borsa di NY crolla portandosi dietro Tokio (che da allora ancora non si è ripresa), Milano (che recuperò solo dieci anni dopo) e tutte le altre, bruciando guadagni e risparmi di milioni di persone.

Proprio in mezzo a questi due eventi, dopo il concerto di Sinatra e prima del lunedì nero dell’87 la “Milano da bere” passò dall’essere un semplice spot a rappresentare un’epoca.

Proprio come un uccello colpito in pancia che plana, senza sapere di essere già morto.

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