OTTANTA – I Paninari (avere/apparire/essere).

I più giovani, forse, penseranno che si stia per parlare di venditori di panini o una roba del genere e, probabilmente, neanche riescono a immaginare che ci fu un tempo nel quale milioni di ragazzi pensavano di essere in, o meglio fighi, indossando jeans con i risvolti, cinture con grandi fibbie da cow boy, mocassini da operai messicani e giacche a vento da aviatore.

paninari

Sia chiaro, in ogni decennio o meglio, in ogni periodo di tempo ragionevolmente lungo i ragazzi, o peggio “i giovani”, hanno avuto bisogno di creare un gruppo che in qualche modo li distinguesse pesantemente dagli adulti (genitori, zii e fratelli maggiori). Quello che però colpisce dei “paninari” e che in qualche modo li distingue dai movimenti che li avevano preceduti, è la creazione di un gruppo non per contestazione, impegno o protesta ma per semplice “omologazione al brand”.

Il fenomeno, che come tutti i movimenti non fa che raccogliere e organizzare degli indirizzi già presenti nelle diverse città, si “codifica” a Milano, intorno al locale Al Panino (il fast food brandizzato stava prendendo rapidamente piede anche in Italia) e velocemente si espande grazie alla benedizione della tv e dei media (nodo importantissimo, ci torniamo più sotto) in tutta la Penisola variando solo il nome Tozzi a Roma, Chiattilli a Napoli, Zanari a Bologna e piccoli dettagli nell’abbigliamento.

Abbigliamento (compreso di accessori) che diventa il vero ideale, riuscendo nella perfetta sintesi forma=contenuto del gruppo. Non avevi bisogno delle scarpe Timberland, della giacca da aviatore bomber Avirex della cintura El Charro o degli occhiali come Tom Cruise in Top Gun per diventare “paninaro”, avevi bisogno, cosa molto differente, di quella roba per essere “paninaro”.

E così, si realizza la cerniera ideale tra avere-apparire-essere, il tutto amplificato, veicolato e benedetto da una società che da operaia si scopriva “commerciale”. Come la televisione del biscione che a colpi di ingaggi miliardari di star del piccolo schermo si preparava al sorpasso della paludata mamma rai.

Ma cosa volevano i paninari ? Il vero credo era unico e solo: edonismo. Il mondo era lì per il nostro piacere personale e nient’altro. Il godimento era un diritto, erano i “più giusti”. E fino a quando non sarebbe stato necessario “produrre e fatturare” (altra ossessione degli anni ’80) l’unica preoccupazione doveva essere godere ed essere “galli” (non è un caso che il paninaro avesse come età di riferimento le scuole medie inferiori e superiori).

Logico che questo credo trovasse uno spazio proprio in un programma di culto per i giovanissimi degli anni ’80 come Drive In nell’imitazione (sospesa tra la parodia e l’omaggio) di Enzo Braschi. Ma se davvero si vuol cercare di comprendere fino in fondo il fenomeno bisogna leggere quello che diventò un vero must per il gruppo, la rivista mensile il Paninaro (con la o finale sostituita graficamente da un panino con hamburger) che nei momenti migliori arrivò a distribuire ben 100.000 copie.

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il mondo, con le ragazze ispirate alle top model ritratte scimmiottando Milo Manara chiamate “galline” o “sfitty -sfitinzia ” era diviso tra paninari e “ciaina” (cinesi, nel senso di rossi-comunisti). Una specie di rivincita della borghesia cittadina dopo la paura degli anni ’70, la soddisfazione di riuscire a colpire, almeno sulle strip del fumetto, a calci e pugni i dark, i metallari, i capelloni e prendere in giro chi non vestiva firmato, i “truzzi”. Poco importa se poi i tg riportavano di continuo notizie di ragazzetti paninari costretti a tornare a casa scalzi perché derubati dello loro preziose Timberland da 3-400.000 lire.

Come degna chiusura c’era poi lo slang con tanto di dizionario in appendice al fumetto che, ringraziando Dio, è andato quasi perduto del tutto: stragallo, lumare, l’uso del suffisso in -azzo (paninazzo), l’inglese maccheronico (very arrapation) .

Qualcosa però è rimasto, “mi piace una cifra”, “sto in fissa”, e temo però, vada ben oltre l’utilizzo di qualche termine…

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2 pensieri su “OTTANTA – I Paninari (avere/apparire/essere).

  1. Ciao, io sono un ex paninaro, anzi zanaro per la precisone e a parte un paio di imprecisioni ( gli occhiali di Tom Cruise in Top Gun, non Over the Top! E le Timberland costavano 260.000 Lire, non 300 o 400 ) devo dire che ho apprezzato il tuo articolo anche se ci spara un pò contro, ma ci stà. Volevo solo puntualizzare una cosa senza dilungarmi troppo ed entrare troppo nello specifico: tanti sparano sui Paninari e sugli anni ’80, ma eravamo l’immagine di quel tempo, anni del boom economico, della “Milano da bere”, dove a 16 anni ci si poteva permettere di pensare con ottimismo al futuro, dove tutti o quasi hanno goduto sebbene in diversa musura di quella ricchezza, quindi nel bene e nel male vi chiedo: chi non farebbe cambio con i tempi che stiamo vivendo ora!?!?!

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    • Ciao Giulio, grazie per il puntuale commento (anche per la segnalazione dell’errore sul film che adesso correggerò !). Sono assolutamente d’accordo con te sulla complessità anche positiva degli anni ’80, io il fenomeno dei “paninari” (da me “chiattilli”) l’ho solo sfiorato per motivi anagrafici, ma qui non volevo andarci contro, certo, stigmatizzare un po’ gli eccessi non altro. Nei prossimi articoli parlerò anche del boom economico, della Milano da bere, della pubblicità (compresa quella dell’amaro Ramazzotti). Spero sarai dei nostri 🙂

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