Il misterioso caso “Belen Rodriguez”.

L’argomento potrà sembrare futile. E in fondo lo è pure.

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Ma dal punto di vista della comunicazione, questa storia di Belen diventata una delle icone del nuovo secolo più amate dalle donne (di diversa estrazione e cultura) ha cominciato a ronzarmi in testa fino a spingermi a cercare di capire il fenomeno. Attenzione, dire “più amate” NON vuol dire amata da tutte.

Tutto è iniziato per caso vedendo sui social quante fossero le ragazze e donne, tra i miei contatti, pronte a commentare e condividere l’ultimo post di Belen, l’ultima sua foto. Eppure, a una visione superficiale la Rodriguez dovrebbe avere tutte le classiche caratteristiche respingenti, irritanti per le altre donne.

 Ha “rubato” il fidanzato, prossimo sposo, a un’altra donna.

Cosa che se lo fa una del tua cerchia di amici, di solito viene allontanata almeno per 2 anni, e se poi ti chiami Anna Tatangelo te la fanno scontare per 20anni.

 Ha iniziato la carriera passando per Arcore.

Cosa che ha bollato altre ragazze, almeno per gli antiberlusconiani, peggio della lettera scarlatta.

 E’ stata protagonista di un filmino hard amatoriale.

Cosa che altre malcapitate hanno pagato – quando è andata bene – dovendo cambiare città.

 E’ stata fidanzata (pare) con un bravo ragazzo (calciatore) per poi lasciarlo col cuore infranto per un bad boy.

Vabbè questo è un clichè, e ci potrebbe anche stare, se il bad boy non fosse da farsa o operetta.

 Ha fatto sfoggio e utilizzato la bellezza e l’immagine del suo corpo senza risparmiarsi, dal calendario (o simile) alla famosa farfallina di Sanremo.

Cosa che se fosse successa negli anni ’70 le femministe l’avrebbero “lapidata” a suon di reggiseni.

 E’ ricorsa alla chirurgia plastica.

Cosa che le altre che l’hanno fatto vengono apostrofate come “finte”, “di plastica” ecc ecc (e se poi si chiamano Anna Tatangelo anche peggio).

 Non sa fare bene davvero nulla, cioè, non è particolarmente brava (nel senso competere in bravura con delle professioniste) né a cantare, né a recitare, né a ballare.

Vabbè, questo conta poco.

Visto tutto questo ho iniziato a ragionarci su (lo so, ci potrebbe essere di meglio da fare, ma sempre meglio ragionare su Belen che guardare un programma sul calcio).

 Una ragazza di umili origini parte da un Paese povero e arriva in un Paese con più possibilità, supera una serie di avversità, lotta contro un destino a tratti infame e popolato da brutte persone, e alla fine sposa il suo bel principe (ballerino) azzurro, mettendo al mondo un bel bebè. Fine.

Scritta così sembra la classica favola di Cenerentola, anzi, quella moderna di Pretty Woman – Cenerentola 2.0 – che resta comunque un grande successo ogni volta che la Rai lo manda in replica.

E così già la storia mi è più chiara. Però…

Però, a guardarla ancora meglio, Belen, nella favola, sembra essere la ragazza con le fragilità da novella Julia Roberts, ma anche avere quella determinazione e spietatezza del personaggio di Richard Gere.

Più che aspettare che il principe la salvasse aveva già trovato il modo di giocare le sue carte per diventare proprietaria del castello (fama, contratti, soldi) e poi, se proprio le fosse interessato, sposare il principe.

Una cenerentola 3.0 insomma…

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