Due regolette fondamentali sull’arte della narrazione (e il prezzo che si paga a non rispettarle).

Teen spirit non è un brutto film: la storia è ormai archetipa (il riscatto sociale e personale grazie a caparbietà e talento) e quindi dovrebbe funzionare, gli attori sono bravi e hanno carisma sufficiente a tenerti lì (Elle Fanning su tutti, ma anche Zlatko Buric e  Agnieszka Grochowska, così come Rebecca Hall e gli interpreti minori), ma tutto questo non fa altro che rendere ancora più evidente il problema narrativo che pregiudica il film.

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Una delle regole di base della narrazione (film, libri, serie tv o qualsiasi altra cosa vi venga in mente), è che se il protagonista non ha un antagonista all’altezza la storia si sgonfia. E, attenzione, per antagonista non ci si riferisce necessariamente a un personaggio in carne e ossa, lo scontro può avvenire con l’ambiente, e quindi una condizione sfavorevole – economica o sociale (ricordate Billi Elliot?), con un sistema (da Rollerball a Hunger games), con un “nemico rivale” (e qui gli esempi si sprecano), col mentore perché troppo esigente o perché ti mette di fronte ai tuoi o ai suoi limiti (dall’Eastwood di Million dollar baby in giù) o addirittura lo scontro potrebbe essere con sé stessi (Rocky, giusto per citarne uno).

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Niente vieta di fare un mix di questi antagonisti, che poi è quello che cerca di fare Max Minghella, Violet (Elle Fanning) è povera, la madre non vuole che canti, abita in un posto sperduto (stupendo, ma che viene raccontato come abbandonato da Dio), si scontra con il sistema dei talent (Teen Spirit è il format, una sorta di X Factor, solo che per motivi di budget – immagino – sembra poco più che una sagra di paese), è insidiata dal belloccio di turno – star del programma – che vorrebbe approfittarsi di lei, inizialmente è invisa alle amiche di scuola, litiga col mentore ubriacone (bella l’idea dell’ex cantante lirico). Ma tutte queste strade sono solo accennate e superate con la semplicità che occorre per schioccare le dita (che è la stessa che occorre per riempire lo schermo con l’irresistibile risata dalla Fanning) e mai si entra davvero nello scontro o nel “dramma”, che per un film che non vuole essere una teen comedy è davvero un grosso problema.

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