Fenomenologia di un filosofo: Diego Fusaro, Lenin e Facebook.

Non parlerò qui del Diego Fusaro ricercatore della neonata università di filosofia dell’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano (ignoro la sua attività di ricercatore e comunque non sono un filosofo), ma mi occuperò del Diego Fusaro filosofo-blogger che “incontra” così tanto in questa prima fase dell’espansione dei new new media da diventarne quasi un paradigma perfetto.

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Lo spunto: la sua intervista a Lettera43 e il suo blog su Il Fatto Quotidiano.

Il nostro Diego Fusaro si professa come “allievo di Marx, Hegel ma anche di Gramsci” ed è (coerentemente) contro la violenza (e la “dittatura”) del capitalismo.

Fino a qui tutto assolutamente legittimo e, per quello che a qualcuno possa interessare, per alcuni aspetti anche condivisibile.

Quello che trovo interessante però da analizzare sono il modo e il supporto che fornisce ai suoi contenuti per incontrare lo spirito di internet (che poi è sempre più quello degli utenti di facebook) che dovranno condividere blog e interviste.

Ma provo a spiegarmi meglio. Partiamo dall’intervista a Lettera43.

Il succo: il capitalismo è il male ed è in mano ai poteri transnazionali (o sovranazionali), quindi, per risollevare gli stati nazionali basta uscire dall’Euro e adottare politiche di sviluppo e ridistribuzione. Uscendo anche dalla servitù agli USA e al patto atlantico.

Fusaro, per arrivare a questa conclusione, giusta o sbagliata che sia non importa, parte da Marx, passa per Gramsci, saluta Lenin e cita Goethe.

Lasciamo correre che non faccia alcun esempio di economia reale.

Tipo il piccolo problema che l’Italia non è un Paese autarchico e chi ci ha provato a renderlo tale (in un momento dove bastava seminare del grano per soddisfare i bisogni di un’economia contadina), ha fallito miseramente.

Lasciamo correre che non si ponga alcun problema di geopolitica.

Se l’Italia esce dal Patto Atlantico, per assicurarsi una difesa nel caso di guerra (specie sul versante sud, Isis ecc ecc), quanto spenderebbe per un esercito adeguato libero dall’aiuto degli alleati? Più o meno dei famosi F35? E le madri italiane sarebbero disposte a lasciare morire i propri ragazzi nei conflitti?

Lasciamo perdere anche che pieghi un po’ la realtà a seconda del suo ragionamento.

Tipo che sentenzia che il fascismo in Italia sia sparito da 70anni, quando solo su facebook oggi, nel 2015, si contano un quarto di milioni di fans e seguaci in pagine e gruppi dedicati a Mussolini.

Lasciamo perdere che giustifichi alcuni ragionamenti con asserzioni semplicemente false.

Tipo la BCE è un ente privato (in realtà è un ente di diritto pubblico).

Lasciamo perdere tutto questo, ma non posso non notare che è la sua tesi è precisa identica a quella del mio elettrauto, persona eccellente ma di bassa scolarizzazione che però, a pensarci bene, di profilo e con la luce giusta, è uguale uguale a Karl Popper.

E allora?

Allora ci viene in soccorso il Fusaro de Il Fatto Quotidiano, quello che, inconsapevolmente, ha dettato le regole per il perfetto fruitore dei new new media, internet e social.

Diciamo subito che per la sua conclusione Fusaro è partito da Platone, passando per Pasolini, Rosa Luxemburg e George Orwell.

La tesi è che oggi: l’unico dissenso consentito è quello contro il dissenso, in parole povere: siamo ostaggi del pensiero unico e chi non ubbidisce è additato come fascista, omofobo, stalinista ecc ecc (il grassetto, compreso gli ecc, sono presi dal suo articolo).

E poi rincara la dose: (Il pensiero unico) in politica, diffama come fascista chiunque non sia allineato. Nell’ambito dei costumi, demonizza come omofobo chiunque osi deviare dal percorso prestabilito dal pensiero unico.

Quindi (posto che sarei curiosissimo di conoscere questo pensiero di Fusaro non allineato sui costumi non omofobo) è interessante notare come denunci la riduzione della nostra esistenza alla schiavitù dettata dal capitalismo e dei mezzi di comunicazione assoggettati all’economia e alla finanza delle multinazionali.

E’ chiaro no? Internet e i social diventano strumenti importantissimi, forse i soli che permetterebbero una resistenza al “pensiero unico”.

Bello, affascinante e anche qui, in alcuni parti, condivisibile.

Ma la soluzione? Poter aspirare all’uomo forte al comando oppure volere “spezzare le reni” alla Merkel senza essere accusati di “fascismo”? oppure disconoscere il diritto all’unione tra due persone dello stesso sesso senza essere additati come “omofobi”?

E ancora, ma davvero qualcuno pensa che in Italia ci sia mai stato un periodo storico con una tale possibilità e pluralità di pensiero?

p.s. Intervento semi-serio: L’università Vita-Salute del San Raffaele è la facoltà italiana più legata al mondo dell’economia e della finanza in assoluto. Ma facesse parte anche Fusaro del gioco del “pensiero unico” offrendo solo delle “non soluzioni”?

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La buona scuola. L’esodo dei deportati.

E chissà se non sia tutto iniziato quando i giornali e telegiornali, per indicare l’allegro viaggio verso le località balneari, in un’Italia panciuta e spensierata quando la villeggiatura durava un mese, adottarono il termine “esodo”, estendendone così il significato al linguaggio comune, privandolo dell’originario dramma.

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Fatto sta che, complice l’onnipresente “sistema social” che funge benissimo da “moltiplicatore ingenuo” (senza spirito critico), ormai è tutto un fiorire di (inconsapevoli) iperbole.

Non passa mese che non ci sia un “golpe”. Non una settimana che qualcuno non gridi alla “dittatura”.

Oppure “colonizzazione” per l’arrivo di qualche direttore di museo straniero (cosa che in Francia e negli USA è all’ordine del giorno), o “invasione” per il passaggio di qualche migliaio di migranti.

L’ultima querelle si è accesa sull’uso del termine “deportazione utilizzato da alcuni insegnanti per significare chi avrà il ruolo in una sede lontana da casa.

Il prossimo anno, il 2016, saranno 60 anni esatti da Marcinelle, dove un esodo vide 56.000 precari italiani deportati in Belgio e in un incidente l’8 agosto ne morirono 136 (più 126 stranieri) lasciando 406 orfani.

Riusciremo a spiegare che non si trattava di insegnanti partiti per la villeggiatura in Belgio?

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Jovanotti e i due Andrea Scanzi (di lotta e di governo).

Premetto subito una cosa, a me Andrea Scanzi piace. O meglio, uno dei due Andrea Scanzi, quello televisivo (o quello di “governo”, per intenderci), piace e piace molto. Brillante per intelligenza e interessante nel modo di raccontare e difendere il proprio punto di vista.

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Trovo molto meno interessante invece l’altro Andrea Scanzi, quello di tastiera (o quello di “lotta” sempre per capirci), troppo attento a scrivere quello che i suoi lettori di riferimento (di lotta o di governo poco importa) si aspettano, come, il più delle volte, l’antirenzismo a oltranza.

Niente di male o di strano in tutto questo, capita anche ai migliori giornalisti, solo che, mi ripeto, lo trovo, dal mio punto di vista, molto poco interessante.

E non solo. Rischia anche di cadere in una delle trappole più banali dei social network: quella di piegare la realtà alla propria prospettiva grazie alle lenti gentilmente fornite dai propri supporters.

E così, nel giochino di Scanzi sull’italiano più sopravvalutato, votato dai lettori de Il Fatto Quotidiano, il renziano Jovanottismisuratamente filogovernativo”, ma anche “stonato”, “furbastro”, “mieloso”, “poco coraggioso” (tutte cose che il nostro Scanzi ha riportato come attribuite dai suoi lettori) ha vinto addirittura “sbaragliando la concorrenza” (questo scritto proprio da Scanzi), ottenendo ben 2420 voti, contro i 2049 voti di Balotelli e i quasi 1800 di Giovanni Allevi.

Ben 2420 voti. Tanto da meritarsi un titolone sul giornale (Il Fatto Quotidiano) con tanto di foto.

O forse no?

Non voglio paragonare questa manciata di click (per una grande testata) con i 30-40mila spettatori che Jovanotti fa uscire di casa e andare allo stadio, ben disposti a pagare anche qualche decina di euro, per passare la serata ad ascoltare questo filogovernativo, stonato e mieloso.

Che poi, giusto per buttarla ancora di più sul politico Scanzi scrive (scherzando) che i 25.000 voti messi insieme per questo sondaggio sarebbero più di quelli che prenderebbe Renzi – sempre lui – se si andasse al voto (alle europee aveva preso più di 11.000.000 di voti).

In definitiva, la maggioranza (ben l’11,43%) dei suoi lettori (quelli de Il Fatto Quotidiano) ha dato ragione (con un distacco dell’1,75%) allo stesso Scanzi (di tastiera, perché quello che va in televisione e si rivolge a una platea fatta di milioni di spettatori di sicuro avrebbe dato ben altro peso ai numeri e ai termini).

Sennò è un po’ come quando il vostro nipotino si mette in piedi sulla sedia e declama la poesia di Natale, contento perché, se è vero che la zia traffica col telefonino e i due cuginetti gli fanno le boccacce comunque mamma e papà applaudono forte mentre nonna si commuove.

E chissà se caricata su youtube non riesca anche ad arrivare a 2421 like (in quel caso avrete il diritto di esigere: apertura, titolone e foto in prima pagina su Il Fatto Quotidiano).

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Massimo Piccolo Page

Il conto salato degli Studi Umanistici: Il Fatto Quotidiano, Stefano Feltri, la miopia del bocconiano e la vista perfetta di Salvatore.

In questi giorni, grazie a un dossier del centro studi di Bruxelles Ceps e la lettura fatta di questo da parte del vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, Stefano Feltri, si è acceso un dibattito sull’opportunità dei percorsi universitari da intraprendere per i neo-diplomati per lavorare presto e guadagnare di più. Stando allo studio come riportato da Feltri, al top le facoltà di Medicina, Ingegneria e Finanza, con qualche riserva Economia e Legge, assolutamente sconsigliate Lettere, Storia e le altre facoltà Umanistiche.

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Bene. Fino a qui niente di nuovo. E’ lo stesso che consigliava a una signora Salvatore, il mio salumiere, che ha preferito iniziare a guadagnare ancora prima di aver completato le superiori, e col suo stipendio fisso alla Conad ha messo su famiglia senza aspettare i 30 anni, come raccomandato da Stefano Feltri, senza gravare sullo Stato e senza far spendere 70-80mila euro ai genitori, come raccontato da Stefano Feltri.

Certo, Salvatore, il mio salumiere, ha avuto il buon senso di non usare frasi del tipo: ”I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi” oppure “Dal lato delle scelte collettive, cioè le politiche pubbliche, dovremmo tutti chiederci se ha senso sussidiare pesantemente università che producono disoccupati e formano persone che nessuno sente il bisogno di assumere o retribuire adeguatamente.”

La prima è così stupida da non meritare neanche una risposta (se non “caro Stefano, i tuoi lo sanno che hanno speso 70-80mila euro per la Bocconi per farti arrivare alla vicedirezione de Il Fatto quotidiano e vederti mancare un congiuntivo?”) , la seconda, che più di una domanda è una conclusione, invece è così pericolosa che una risposta è dovuta.

E adesso arriviamo alla miopia del bocconiano.

Le facoltà umanistiche, e nello specifico ti parlo della mia, Lettere e Storia, ti insegnano non solo a leggere i dati, cosa che sono buoni tutti, ma anche ad analizzarli, quindi comprenderli e solo successivamente trarne delle conclusioni.

Per rendere le cose semplici anche a chi ha solo conoscenze scientifiche partirò con l’insiemistica: non si possono moltiplicare, sommare o confrontare tra loro insiemi diversi (pere e mele, alle elementari).

I dati cioè, prima di essere confrontati, vanno resi omogenei.

Partirò ancora dalla storia della formazione personale di Feltri, dal momento che lui stesso l’ha raccontata come esempio di ottimo investimento. Bene. Non ha alcun senso paragonare un’istruzione costata 80.000 euro in giornalismo, ingegneria o finanza con una costata 5.000 euro in teatro o moda.

E’ pacifico che se a un ragazzo capace, laureato in teatro o moda, gli si dessero altri 75.000 per completare la formazione con le altre esperienze formative necessarie (che se la facoltà fornisse non potrebbe costare così poco) di sicuro troverebbe lavoro nel settore che sogna in tempi e modi non diversi dal collega bocconiano.

Lo stesso Feltri parla poi di “nomea” della Bocconi come garanzia di lavoro. Inserendo ancora un’altra variabile che nulla c’entra con il tipo di facoltà.

Ancora sull’omogeneità dei dati. Che senso ha paragonare gli sbocchi occupazionali di facoltà come Medicina, ormai da 30 anni a numero chiuso, con facoltà ad accesso libero?

Torniamo ai dati e agli occupati. Feltri scrive che i laureati in ingegneria a 5 anni dalla laurea hanno un tasso di disoccupazione al 2,9% mentre quelli in lettere al 17,3%. Non ci fornisce però altri dati determinanti, quanti di questi lavorano in Italia e quanti di questi hanno effettivamente cercato lavoro. Detta così sembra un controsenso, me ne rendo conto, ma nello specifico non è così.

Esiste sicuramente una percentuale di persone (sarebbe interessante vedere quante di queste donne, ancora nel 2015) che sceglie la facoltà di Lettere per poter accedere esclusivamente all’insegnamento non troppo lontano da casa e per questo è ben disposto anche ad aspettare più dei 5 anni presi in considerazione dall’indagine e c’è anche chi, una volta ottenuto il titolo decide di percorrere un’altra strada (anche dedicarsi alla famiglia).

Ovviamente così il discorso si complica.

Nel 2009, l’anno preso in considerazione da Feltri per le percentuali di sopra, ci sono stati 1780 laureati (circa) in ingegneria e 1340 laureati (circa) in lettere. Sì, avete letto bene, in Italia ci sono più laureati in ingegneria che lettere.

Davvero qualcuno si illude che sarebbe bastato che i 250 laureati in lettere non occupati (il famoso 17,3% di prima) si fossero laureati in Ingegneria perché si risolvesse il problema della disoccupazione? E in base a cosa non si dovrebbe ipotizzare che questi non venissero aggiunti ai 50 già disoccupati di Ingegneria?

E ricordiamo che l’Italia, pur non brillando per l’industria specializzata in alta tecnologia ha già il doppio di laureati in Ingegneria all’anno rispetto agli USA (che hanno il doppio dei nostri laureati in Lettere).

Costi sociali. Feltri ha anche utilizzato questa espressione. Che non so bene cosa voglia dire per alcuni bocconiani, ma so cosa voglia dire realmente per una società.

Come sia analizzano i costi sociali di una categoria? Prima cosa dovrebbe andare a vedere i dati dei costi delle malattie (specie croniche) e della mortalità per le diverse categorie. Sarebbe interessante capire quanto costano alla società gli occupati nel settore finanza e quelli nei musei, ad esempio.

Qualcosa mi dice che quelli che lavorano con le borse, derivati e robe del genere vadano più incontro a malattie e morte di quelli che fanno le guide nei musei. Ma non ho statistiche a riguardo.

L’Italia, dicevamo prima, non è specializzata in alta tecnologia come gli USA (meno del 10% della nostra produzione va in tale direzione) e continua a spingere verso una formazione tecnologica, non creando centri dalla “nomea” come quella della Bocconi, in Lettere, Arte, ecc ecc.

Però ha il patrimonio artistico culturale paesaggistico (quindi turistico) più grande mondo.

Ma ci fosse qualche bocconiano a dettare le linee politiche culturali di questa sfortunata nazione?

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VISITE A SORPRESA (Donna Margherita – Vico II Alabardieri, Napoli)

Dopo una decina d’anni di tranquillità, di passaggio, prima di fermarsi un paio di settimane a Ischia per poi scendere in Sicilia, ti piombano in casa un tuo zio (che da anni vive nel profondo nord) con relativa moglie, figlia (che ricordavi carina, ma adesso che s’è sposata è diventata la copia più alta e massiccia di tua zia), il marito (calvo e perennemente sudato), i tre bambini (dei quali sai già che non riuscirai mai, in ogni caso e con tutta la buona volontà, a far coincidere le facce con i nomi) e il figlio con la fidanzata (che per fortuna è effettivamente carina, anche se per rimarcare la provenienza stringe la parlata lomellina in un’unica sequenza di vocali aperte e lunghissime). C’è poco da fare, ti tocca, a patto di voler continuare ad avere un rapporto con tua madre, organizzare un’uscita a Napoli per una pizza, napoletana doc, tutti insieme (tranne tua madre che, furba, troverà all’ultimo minuto una scusa per non venire).

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Tra i tuoi ospiti c’è chi ne ha nostalgia, chi non l’ha mai mangiata, chi non vede l’ora di mangiarla e chi, proprio come te, ne farebbe volentieri a meno. Ma visto che ci sei, con fiero orgoglio napoletano, ripromettendoti di non infilzare tua zia acquisita (figlia di emigranti calabresi ma naturalizzata padana) al prossimo riferimento alla spazzatura, cominci a passare in rassegna le varie possibilità per effettuare la scelta migliore, e mentalmente segni le priorità. Allora, è importante che sia: in un bel posto (magari un bel quartiere), un locale elegante (ma che sappia ospitare comodamente tavolate di dieci, dodici persone), che oltre alla pizza possa offrire anche altro (mai negare a un turista uno spaghetto a vongole), che non costi troppo (il rischio che il conto alla fine tocchi a te è abbastanza alto), che offra una bella e tranquilla passeggiata post cena (il pensiero dei 120 cm di girovita di tuo zio, alle prese con una notte di digestione a pochi passi dalla tua stanza, già ti agita) e che, ovviamente, sia in grado di preparare una pizza all’altezza della situazione.

Lasci le auto al parcheggio di via dei Mille e t’incammini giù verso via Alabardieri. La zona è bellissima, palazzi e testimonianze liberty ovunque. Vedi tua zia, tua cugina e la fidanzata di tuo cugino, vestite casual per non attirare troppo l’attenzione e intente solo a tenersi la borsetta ben stretta guardarsi intorno con aria preoccupata, mentre i super griffati e lucidatissimi ragazzi dei baretti (la serie di bar per l’happy hour famosa e frequentatissima dalla “Napoli bene”) le osservano come i milanesi guardavano Totò e Peppino al loro arrivo alla stazione di Milano col colbacco. Riprendi a pregare che la serata passi presto. Finalmente arrivi al donna margherita. È giovedì sera, la prenotazione ti mette al riparo da eventuali file (a questo punto pagheresti anche due volte il conto purché tua zia, mai andata così d’accordo con la futura nuora, si mettesse al più presto seduta, e il più possibile, lontano da te).

Il giardino interno, d’estate, è davvero carino. Certo, è un po’ difficile credere che limoni, mele e grappoli d’uva possano maturare tutti contemporaneamente, ma l’effetto è assicurato, il tetto di foglie del gazebo è pittoresco e dà una bella sensazione di fresco. Le lampade in stile con la vetrata in ferro battuto che raccoglie un dipinto di piazza dei Martiri, accorda bene l’interno con i palazzi della strada.

Qui la cena può cominciare a partire dal classico cartoccio, una fritturina napoletana a base di crocchè, arancini, pizzette d’alghe e patatine fritte, così, giusto come antipasto. E nell’attesa delle pizze, tuo zio può trovare il tempo di macchiarsi cravatta e camicia con una deliziosa ’mpepata di cozze (una volta insaporito e scaldato l’olio con l’aglio e il peperoncino in un grosso padellone si aggiungono le cozze ben lavate e si lasciano cuocere fino a che il calore non le fa aprire).

Le pizze in tavola arrivano fumanti e il profumo del basilico, per fortuna, riesce a superare l’acqua di colonia di tua zia (e dire che pensavi non la producessero più da almeno cinquant’anni). La pizza margherita è quasi da disciplinare, il fondo è pulito e s’avverte appena una leggerissima spolverata di grana. Ma sei troppo impegnato a capire come faccia tuo cugino a non ustionarsi addentando un ripieno (ricotta, fior di latte e prosciutto) che dall’aspetto sembra davvero bollente. La pasta esterna è dorata e croccante, e l’effetto filante del fior di latte ha fatto pentire la fidanzata che si era tenuta su una quattro formaggi, senza gorgonzola e mignon (senza gorgonzola? l’unica cosa interessante della quattro formaggi). I tre ragazzini (ops… all’improvviso ti accorgi che in realtà uno di loro è una femminuccia, e capisci che quello che indossava non era un pantaloncino largo ma proprio una gonna) hanno optato per due pizze con wurstel, patate e mozzarella e un piatto di spaghetti bottarga e lupini. Deve essere senz’altro la ragazzina pensi. Sbagliando. È il più piccolo (otto anni) che non perde una puntata di Simone Rugiati al Gambero Rosso Channel.

Intanto tuo zio sta litigando con gli scampi nel piatto dei suoi scialatielli di Margherita (pomodori saltati con gamberoni, scampi e frutti di mare) che si vendicano con un’altra patacca d’olio, questa volta sulla giacca. Mentre il marito di tua cugina (cavolo, ma l’hai mai sentito parlare?), suda ancora di più cercando di attorcigliare le linguine intorno alla forchetta del suo piatto di linguine all’astice. Tua zia al solito, non ha problemi a tenere tutto sotto controllo, come i suoi paccheri del golfo (pomodorini saltati con un trancio di pesce e frutti di mare). In tavola si è già alla terza bottiglia di falanghina, alla quinta di birra e alla centesima lattina di coca cola. Risultato: i ragazzini sono sempre più iperattivi e cominciano a fare boccacce in giro (a parte l’aspirante chef che fissa con l’occhio languido una meravigliosa bimbetta di colore con due nastrini in testa seduta al tavolo di fronte), gli adulti sudano lamentandosi del caldo (bere e ingozzarsi un po’ meno, no?) e la ragazza di tuo cugino comincia a flirtare con tutti. Tranne che con te. E per quanto di lei non te ne freghi assolutamente niente, la cosa comincia a darti un po’ fastidio.

Finalmente il dolce, e per accontentare le richieste, nell’ordine arrivano: tre fettine di torta alla nutella (pan di spagna, nutella e panna), una piramide di cioccolato, tre fettine di torta caprese, due di babà, due di zeppolona con chantilly e fragoline e quattro cocotte di crema catalana. Evidentemente i conti non tornano, qualcuno ha ordinato qualcosa di troppo. E mentre tuo zio sta cercando il modo di sporcarsi con la chantilly della zeppolona, il futuro chef si alza con le due cocotte e due cucchiaini, si presenta ai signori del tavolo di fronte e chiede alla bimbetta se ha mai assaggiato la catalana, facendole subito vedere come rompere la crosticina di zucchero bruciato col cucchiaino.

Però. Forte questo Simone Rugiati, dovrei cominciare a seguirlo più spesso…

Il brano è tratto da 90passi nella gastronomia napoletana, un piccolo libro uscito nel 2011 che mi ha regalato tantissime soddisfazioni, una trentina di presentazioni e oltre 2.500 copie vendute.

Gli altri OTTANTA: WarGames, altro che Gioventù Bruciata.

Se il lato edonistico, individualistico, aggressivo e militaristico degli anni ’80 è quello che sicuramente più e meglio ha caratterizzato il decennio, non si può comunque trascurare l’onda lunga pacifista e progressista ereditata dagli anni ’70.

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Ed è proprio John Badham , un regista che in qualche modo ha fatto la storia degli anni della disco e dei pantaloni a zampa d’elefante Continua a leggere

Hiroshima. Contro la banalità dei luoghi comuni.

Ogni anniversario, e quello terribile di oggi (70anni dalla strage di Hiroshima) non è esente, porta con sé celebrazioni, domande e rivendicazioni, alcune legittime altre meno.

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Non è mia intenzione voler giudicare un atto bellico così estremo e terribile, addirittura molto più drammatico di quello che gli stessi alleati potessero immaginare al momento del countdown della missione.

Quello che giudico però patetica e inaccettabile è la rivendicazione che una certa destra nostalgica fa di questo atto, sicuramente inumano, quasi a voler giustificare a posteriori le nefandezze del nazifascismo. Un po’ come quando si tirano in ballo le stragi dei dittatori comunisti mentre si condannano i morti per mano di Mussolini.

In mezzo al dolore che il ricordo di ogni morte deve continuare a suscitare in noi è bene non dimenticare alcune cose, la seconda guerra mondiale, grazie alla nuova tecnologia bellica, ha fin dall’inizio ampiamente utilizzato la tattica di colpire i civili per colpire la nazione. Gli stessi tedeschi, nel 1940, coniarono il termine “coventrizzare”, dalla pioggia di bombe sulla città inglese di Coventry, per indicare i bombardamenti a tappeto su una città per uccidere il più alto numero di civili possibile.

Se il dolore per le vittime non deve guardare la nazionalità dei colpiti (e poca importanza ha se siano questi militari o civili) non è accettabile non considerare la colpa di chi il conflitto l’ha voluto e creato.

Non ha senso cercare di equiparare le responsabilità per i morti di un conflitto tra chi ha iniziato quella guerra, in questo caso specifico quelle dell’asse Roma-Berlino-Tokio, con quelle di chi vi è entrato per difendere il proprio popolo o i propri interessi, come gli alleati.

Ogni vittima di ogni guerra di per sé è innocente (civile o militare che sia), se non per la colpa di appartenere a quella determinata nazione in quel determinato momento storico.

OTTANTA. La vera rivoluzione di Pong. Ovvero: come il compagno di giochi “immaginario” diventò reale.

Negli anni ’70, quando ormai almeno un televisore è presente in ogni casa, e il tempo limitato della programmazione dei palinsesti faceva sì che restasse a lungo inutilizzato, era logico interrogarsi su un uso alternativo del mezzo che non fosse il semplice supporto al centrino fatto all’uncinetto e a un vaso di fiori (espressione in qualche modo attribuita all’ingegnere Ralph Bear pioniere nella creazione delle console per videogame).

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Il primo ad arrivare significativamente sui televisori di tutto il mondo fu il “pong” grazie all’Atari.

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L’invenzione del Paradiso borbonico di Galasso ? No. La realtà dell’inferno di un popolo senza radici.

Riflessioni su Napoli tra realtà e percezione (purtroppo) sempre attuali.

Quello che colpisce del richiamo dell’esimio professore Giuseppe Galasso, classe 1929, formatosi nel pieno di quello che è stato definito l’approccio teologico al Risorgimento (anche da Lucy Riall della London University) non è certamente lo stigmatizzare l’uso improprio di discutibilissimi testi pro-borbonici o meglio ancora anti-risorgimentali, spesso poco più che narrativa spacciata per storiografia che attinge da fonti inattendibili quando non fasulle (e in questo internet ha non poche colpe), né il giustificare la volontà delle case editrici di stampare e spingere queste vendite per “la moneta”.

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Quello che colpisce è l’individuare la causa come reazione ai movimenti (ex)separatisti o localistici come la lega. Adesso, che il movimento storico revisionista abbia preso piede negli anni ’90 è indubbio, ma che il movimento sia iniziato almeno venti anni prima è innegabile. E in aggiunta, pensare solo a questa come causa, a mio avviso, non è assolutamente sufficiente a spiegare un fenomeno di ben altra portata e importanza.

E’ possibile che ancora oggi non si riconosca che per “fare gli italiani” ci sia stato bisogno, sicuramente per prassi e in buona fede, di operare una complessa operazione di “rimozione della memoria”? Poteva bastare cambiare il nome alle strade e impossessarsi di Palazzi e Regge perché una Capitale diventasse provincia nell’arco di due mesi? O inventare la storiella della pizza margherita perché i napoletani diventassero devoti al re francese?

Come si può non riconoscere che questo vuoto abbia generato dei mostri, come una distanza mai colmata con le istituzioni? a meno di non volersi accontentare della tanto amata frase usata dalla propaganda risorgimentista del “Paradiso abitato da diavoli”?

E come dimenticare il peso della rappresentazione negativa diffusa dei meridionali nata con gli esuli del ’48, per lo più borghesi costretti (a differenza di quelli del ’21) a integrarsi con molta fatica nel tessuto del nuovo Paese ospitante e perciò, come splendidamente spiega Marta Petrusewicz, latori di giudizi bipolari positivo/negativo tra la nuova patria e quella di origine creando tutta una serie di antinomie civiltà/barbarie, dolcezza/dolore, progresso/arretratezza, libertà/tirannia ?

E come non riconoscere lo stesso meccanismo nei nuovi “esuli”, quelli della migrazione interna del dopoguerra fino alla fine dello scorso secolo e quelli della migrazione esterna del nuovo millennio ?

Si può ignorare questo complesso di inferiorità indotto a tutto i meridionali dal razzismo, non solo sul piano sociale e nei media, ma addirittura sui libri di testo, dove la lunga storia del regno dei Borbone era liquidata in poche righe, tutte negative, e vista solo come preparazione alla “liberazione” da parte degli eroi del Risorgimento (e di come siano stati inventati questi eroi ci illuminano immensi storici, a partire da D. Mack Smith a seguire).

Poteva quindi bastare per sempre la favoletta dei mille dell’eroe “biondo, bello come un dio”, a cancellare quella che in realtà fu una sanguinosissima guerra, prima di conquista verso uno Stato libero, indipendente e neutrale (tale era il Regno delle due Sicilie) che vide impegnati oltre 100.000 soldati e poi guerra civile trascinatasi per anni (come riporta, tra gli altri, anche l’esimio professore Roberto Martucci dell’università del Salento).

Può un busto di Cavour in ogni città far dimenticare la strage di Bronte o lo scempio a Michelina de Cesare ?

Illudersi che quello dei Borbone fosse un paradiso lasciamolo alle fantasie dei neo-borbonici, ma essere orgogliosi che le nostre radici affondino in un Regno che ha sicuramente più meriti e gloria, per noi meridionali, della breve parentesi savoiarda iniziata con le stragi di migliaia di meridionali e terminata con la morte di centinaia di migliaia di italiani forse può rappresentare un buon punto di inizio per ripartire.

Ps. Sulla scrivere per “la moneta” riportando De Sanctis “La Dama (ndr specializzata in scritti contro i borbone) sta pubblicando il suo lavoro di mera speculazione, e deve essere un’accozzaglia, una sciocchezza. L’editore le aveva detto – fate un lavoro sopra Napoli che si venderà…”

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Il pezzo sopra è la trascrizione di quanto ho scritto per Il Mattino

http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/l_amp_rsquo_inferno_di_un_popolo_senza_radici/notizie/1484412.shtml