Hiroshima. Contro la banalità dei luoghi comuni.

Ogni anniversario, e quello terribile di oggi (70anni dalla strage di Hiroshima) non è esente, porta con sé celebrazioni, domande e rivendicazioni, alcune legittime altre meno.

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Non è mia intenzione voler giudicare un atto bellico così estremo e terribile, addirittura molto più drammatico di quello che gli stessi alleati potessero immaginare al momento del countdown della missione.

Quello che giudico però patetica e inaccettabile è la rivendicazione che una certa destra nostalgica fa di questo atto, sicuramente inumano, quasi a voler giustificare a posteriori le nefandezze del nazifascismo. Un po’ come quando si tirano in ballo le stragi dei dittatori comunisti mentre si condannano i morti per mano di Mussolini.

In mezzo al dolore che il ricordo di ogni morte deve continuare a suscitare in noi è bene non dimenticare alcune cose, la seconda guerra mondiale, grazie alla nuova tecnologia bellica, ha fin dall’inizio ampiamente utilizzato la tattica di colpire i civili per colpire la nazione. Gli stessi tedeschi, nel 1940, coniarono il termine “coventrizzare”, dalla pioggia di bombe sulla città inglese di Coventry, per indicare i bombardamenti a tappeto su una città per uccidere il più alto numero di civili possibile.

Se il dolore per le vittime non deve guardare la nazionalità dei colpiti (e poca importanza ha se siano questi militari o civili) non è accettabile non considerare la colpa di chi il conflitto l’ha voluto e creato.

Non ha senso cercare di equiparare le responsabilità per i morti di un conflitto tra chi ha iniziato quella guerra, in questo caso specifico quelle dell’asse Roma-Berlino-Tokio, con quelle di chi vi è entrato per difendere il proprio popolo o i propri interessi, come gli alleati.

Ogni vittima di ogni guerra di per sé è innocente (civile o militare che sia), se non per la colpa di appartenere a quella determinata nazione in quel determinato momento storico.

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