Selvaggia Lucarelli e lo “scherzone” a Lisa Fusco.

Per chi non lo sapesse, Lisa Fusco è una soubrette, canticchia e ballicchia, né meglio né peggio di tante altre che affollano palinsesti e non memorabili trasmissioni della tv e radio generaliste.

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Per chi non lo sapesse, Selvaggia Lucarelli è una blogger, partecipa e conduce programmi, né meglio né peggio di tante altre che affollano palinsesti e non memorabili trasmissioni della tv e radio generaliste.

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Made in Sud? Ma mi faccia il piacere!

Ieri ho assistito per (s)ventura a un pezzetto di Made in sud dove Gigi e Ross si mostravano in una pateticissima “imitazione”(?) – lasciata solo al trucco, per di più approssimato – di Baglioni e Morandi. Parodia che aveva l’unica matrice comica nel dileggio della “presunta” anzianità dei “capitani coraggiosi”, con “battute”(?) del tipo: “incontinenza”, “impotenza”, “dentiere”.

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Uno spettacolo pietoso. Non che il resto (per quel poco che ho resistito) fosse meglio.

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Perché è stato giusto pubblicare la foto del piccolo Aylan (che non pubblicherò).

Come sempre succede in questi casi è scoppiata la polemica su quanto fosse stato giusto scattare la foto del corpo esanime del piccolo Aylan, il bimbo siriano morto da solo, atrocemente spiaggiato sulla riva turca. E poi, quanto fosse giusto pubblicare lo scatto della Demir (la reporter che ha realizzato la foto).

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Realizzare quello scatto non solo era giusto, ma addirittura necessario. Come era necessario che i giornali la pubblicassero per scuotere, meglio di 1000 ore di dibattiti da talk show le coscienze assopite.

Se abbiamo una comprensione diversa, più partecipativa alle vicende storiche dal XIX secolo in poi lo dobbiamo anche a questo straordinario e insuperato mezzo di comunicazione.

Senza l’immagine del corpo martoriato di Michelina De Cesare oggi avremmo una diversa percezione di quello che è stata la guerra civile post unitaria in Italia.

Senza il pianto disperato di Kim Phúc (la foto che ho usato per commentare questo articolo e che fu in un primo momento censurata, assurdamente per il nudo e non per l’atrocità del napalm) forse la guerra in Vietnam sarebbe durata più a lungo, merito riconosciuto da più parti a Nick Huynh Cong, il fotografo che poi riuscì anche a salvare la vita della ragazzina.

Senza le foto di campi di sterminio la banalità del male per noi non sarebbe comprensibile.

E si potrebbe continuare a lungo.

Perché ho scelto di non pubblicarla.

Attualmente la fotografia si è irrimediabilmente depotenziata, e non per un indebolimento del mezzo, ma per la moltiplicazione delle immagini realizzate e viste.

Provate a ricordare fino a dieci anni fa (prima dell’era social) quante immagini fotografiche vi soffermavate a guardare al giorno, le 50-60 di una rivista o di un quotidiano? 100 se si aggiungevano le pubblicità in strada?

Adesso saremo esposti a qualche migliaio di immagini al giorno: dai gattini alle insalate, dai tramonti alle modelle di quartiere, e così via. Aggiungere qualcosa di così drammatico e importante rischia di essere sopraffatto o peggio diluito da tutto il resto, troppo rumore di fondo.

Peggio ancora poi, anche se sono sicuro delle buone intenzioni, la scelta di trasformare l’immagine in meme e piazzarla nei diversi contesti in una rincorsa alla ricerca del più scioccante/disturbante/poetico. Sia chiaro, l’operazione non è certo nuova, basta aver girato un po’ di mostre di arte contemporanea (almeno per la prima realizzazione, poi è partito l’effetto emulazione), ma anche in questo caso, trovo il contesto social poco appropriato.

Perché allora ho pubblicato la foto del Vietnam.

Il tempo distingue e differenzia la cronaca dalla storia.

Arriverà un giorno nel quale la Storia ci chiederà conto di questa tragedia attualmente ancora contesa tra leghismi, nazionalismi e menefreghismi, come è stato, ad esempio, per l’indifferenza ai campi di sterminio o il Vietnam e allora l’immagine di Aylan non sarà più cronaca ma Storia.

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Maurizio de Giovanni: lo scrittore che per Napoli (città) segna e vale più del suo Napoli (calcio).

Non sto per parlare dei libri del celebre giallista napoletano ma, come sempre in questa rubrica, del corto circuito, una volta tanto con risvolti positivi, che ha inconsapevolmente creato.

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Conosciuto praticamente da tutti, addirittura da più delle sue centinaia di migliaia di lettori grazie all’inesauribile fede calcistica o, per dirla in gergo, per essere un “malato del Napoli (calcio)” cosa che l’ha portato oltre a scrivere di partite, schemi ecc. su Il Mattino anche a frequentare i seguitissimi salotti televisivi sportivi.

E’ di questi giorni la notizia che il ciclo dedicato ai Bastardi di Pizzofalcone diventerà una fiction in sei puntate per la prima serata di Rai1, con Alessandro Gassmann protagonista. L’idea è quella di fornire alla Rai qualcosa per poter evitare la 100esima replica di Montalbano. A questo seguirà il ciclo dedicato al commissario Ricciardi.

Più di una volta mi sono trovato in completo disaccordo con de Giovanni quando, da Il Mattino, attribuiva al calcio, alle gare del Napoli, una valenza di riscatto sociale secondo me eccessiva e fuorviante.

In questo caso però, e arriviamo al corto circuito di sopra, forse non si è reso conto che il gol per la vera vittoria di Napoli (tutta, tifosi e non), e che vale più di un campionato l’ha segnato lui.

Portare la grande fiction a Napoli significa creare lavoro per il settore e l’indotto, movimentare il turismo (i Bastardi non è Gomorra e pensate poi agli straordinari spunti di fascinazione di Ricciardi).

Immaginiamo adesso cosa potrebbe accadere se almeno 1/10 (e non 1/1000 come adesso) delle energie economiche e comunicative locali impegnate nel calcio fossero destinate alla cultura…

 

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Fenomenologia di un filosofo: Diego Fusaro, Lenin e Facebook.

Non parlerò qui del Diego Fusaro ricercatore della neonata università di filosofia dell’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano (ignoro la sua attività di ricercatore e comunque non sono un filosofo), ma mi occuperò del Diego Fusaro filosofo-blogger che “incontra” così tanto in questa prima fase dell’espansione dei new new media da diventarne quasi un paradigma perfetto.

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Lo spunto: la sua intervista a Lettera43 e il suo blog su Il Fatto Quotidiano.

Il nostro Diego Fusaro si professa come “allievo di Marx, Hegel ma anche di Gramsci” ed è (coerentemente) contro la violenza (e la “dittatura”) del capitalismo.

Fino a qui tutto assolutamente legittimo e, per quello che a qualcuno possa interessare, per alcuni aspetti anche condivisibile.

Quello che trovo interessante però da analizzare sono il modo e il supporto che fornisce ai suoi contenuti per incontrare lo spirito di internet (che poi è sempre più quello degli utenti di facebook) che dovranno condividere blog e interviste.

Ma provo a spiegarmi meglio. Partiamo dall’intervista a Lettera43.

Il succo: il capitalismo è il male ed è in mano ai poteri transnazionali (o sovranazionali), quindi, per risollevare gli stati nazionali basta uscire dall’Euro e adottare politiche di sviluppo e ridistribuzione. Uscendo anche dalla servitù agli USA e al patto atlantico.

Fusaro, per arrivare a questa conclusione, giusta o sbagliata che sia non importa, parte da Marx, passa per Gramsci, saluta Lenin e cita Goethe.

Lasciamo correre che non faccia alcun esempio di economia reale.

Tipo il piccolo problema che l’Italia non è un Paese autarchico e chi ci ha provato a renderlo tale (in un momento dove bastava seminare del grano per soddisfare i bisogni di un’economia contadina), ha fallito miseramente.

Lasciamo correre che non si ponga alcun problema di geopolitica.

Se l’Italia esce dal Patto Atlantico, per assicurarsi una difesa nel caso di guerra (specie sul versante sud, Isis ecc ecc), quanto spenderebbe per un esercito adeguato libero dall’aiuto degli alleati? Più o meno dei famosi F35? E le madri italiane sarebbero disposte a lasciare morire i propri ragazzi nei conflitti?

Lasciamo perdere anche che pieghi un po’ la realtà a seconda del suo ragionamento.

Tipo che sentenzia che il fascismo in Italia sia sparito da 70anni, quando solo su facebook oggi, nel 2015, si contano un quarto di milioni di fans e seguaci in pagine e gruppi dedicati a Mussolini.

Lasciamo perdere che giustifichi alcuni ragionamenti con asserzioni semplicemente false.

Tipo la BCE è un ente privato (in realtà è un ente di diritto pubblico).

Lasciamo perdere tutto questo, ma non posso non notare che è la sua tesi è precisa identica a quella del mio elettrauto, persona eccellente ma di bassa scolarizzazione che però, a pensarci bene, di profilo e con la luce giusta, è uguale uguale a Karl Popper.

E allora?

Allora ci viene in soccorso il Fusaro de Il Fatto Quotidiano, quello che, inconsapevolmente, ha dettato le regole per il perfetto fruitore dei new new media, internet e social.

Diciamo subito che per la sua conclusione Fusaro è partito da Platone, passando per Pasolini, Rosa Luxemburg e George Orwell.

La tesi è che oggi: l’unico dissenso consentito è quello contro il dissenso, in parole povere: siamo ostaggi del pensiero unico e chi non ubbidisce è additato come fascista, omofobo, stalinista ecc ecc (il grassetto, compreso gli ecc, sono presi dal suo articolo).

E poi rincara la dose: (Il pensiero unico) in politica, diffama come fascista chiunque non sia allineato. Nell’ambito dei costumi, demonizza come omofobo chiunque osi deviare dal percorso prestabilito dal pensiero unico.

Quindi (posto che sarei curiosissimo di conoscere questo pensiero di Fusaro non allineato sui costumi non omofobo) è interessante notare come denunci la riduzione della nostra esistenza alla schiavitù dettata dal capitalismo e dei mezzi di comunicazione assoggettati all’economia e alla finanza delle multinazionali.

E’ chiaro no? Internet e i social diventano strumenti importantissimi, forse i soli che permetterebbero una resistenza al “pensiero unico”.

Bello, affascinante e anche qui, in alcuni parti, condivisibile.

Ma la soluzione? Poter aspirare all’uomo forte al comando oppure volere “spezzare le reni” alla Merkel senza essere accusati di “fascismo”? oppure disconoscere il diritto all’unione tra due persone dello stesso sesso senza essere additati come “omofobi”?

E ancora, ma davvero qualcuno pensa che in Italia ci sia mai stato un periodo storico con una tale possibilità e pluralità di pensiero?

p.s. Intervento semi-serio: L’università Vita-Salute del San Raffaele è la facoltà italiana più legata al mondo dell’economia e della finanza in assoluto. Ma facesse parte anche Fusaro del gioco del “pensiero unico” offrendo solo delle “non soluzioni”?

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La buona scuola. L’esodo dei deportati.

E chissà se non sia tutto iniziato quando i giornali e telegiornali, per indicare l’allegro viaggio verso le località balneari, in un’Italia panciuta e spensierata quando la villeggiatura durava un mese, adottarono il termine “esodo”, estendendone così il significato al linguaggio comune, privandolo dell’originario dramma.

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Fatto sta che, complice l’onnipresente “sistema social” che funge benissimo da “moltiplicatore ingenuo” (senza spirito critico), ormai è tutto un fiorire di (inconsapevoli) iperbole.

Non passa mese che non ci sia un “golpe”. Non una settimana che qualcuno non gridi alla “dittatura”.

Oppure “colonizzazione” per l’arrivo di qualche direttore di museo straniero (cosa che in Francia e negli USA è all’ordine del giorno), o “invasione” per il passaggio di qualche migliaio di migranti.

L’ultima querelle si è accesa sull’uso del termine “deportazione utilizzato da alcuni insegnanti per significare chi avrà il ruolo in una sede lontana da casa.

Il prossimo anno, il 2016, saranno 60 anni esatti da Marcinelle, dove un esodo vide 56.000 precari italiani deportati in Belgio e in un incidente l’8 agosto ne morirono 136 (più 126 stranieri) lasciando 406 orfani.

Riusciremo a spiegare che non si trattava di insegnanti partiti per la villeggiatura in Belgio?

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Jovanotti e i due Andrea Scanzi (di lotta e di governo).

Premetto subito una cosa, a me Andrea Scanzi piace. O meglio, uno dei due Andrea Scanzi, quello televisivo (o quello di “governo”, per intenderci), piace e piace molto. Brillante per intelligenza e interessante nel modo di raccontare e difendere il proprio punto di vista.

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Trovo molto meno interessante invece l’altro Andrea Scanzi, quello di tastiera (o quello di “lotta” sempre per capirci), troppo attento a scrivere quello che i suoi lettori di riferimento (di lotta o di governo poco importa) si aspettano, come, il più delle volte, l’antirenzismo a oltranza.

Niente di male o di strano in tutto questo, capita anche ai migliori giornalisti, solo che, mi ripeto, lo trovo, dal mio punto di vista, molto poco interessante.

E non solo. Rischia anche di cadere in una delle trappole più banali dei social network: quella di piegare la realtà alla propria prospettiva grazie alle lenti gentilmente fornite dai propri supporters.

E così, nel giochino di Scanzi sull’italiano più sopravvalutato, votato dai lettori de Il Fatto Quotidiano, il renziano Jovanottismisuratamente filogovernativo”, ma anche “stonato”, “furbastro”, “mieloso”, “poco coraggioso” (tutte cose che il nostro Scanzi ha riportato come attribuite dai suoi lettori) ha vinto addirittura “sbaragliando la concorrenza” (questo scritto proprio da Scanzi), ottenendo ben 2420 voti, contro i 2049 voti di Balotelli e i quasi 1800 di Giovanni Allevi.

Ben 2420 voti. Tanto da meritarsi un titolone sul giornale (Il Fatto Quotidiano) con tanto di foto.

O forse no?

Non voglio paragonare questa manciata di click (per una grande testata) con i 30-40mila spettatori che Jovanotti fa uscire di casa e andare allo stadio, ben disposti a pagare anche qualche decina di euro, per passare la serata ad ascoltare questo filogovernativo, stonato e mieloso.

Che poi, giusto per buttarla ancora di più sul politico Scanzi scrive (scherzando) che i 25.000 voti messi insieme per questo sondaggio sarebbero più di quelli che prenderebbe Renzi – sempre lui – se si andasse al voto (alle europee aveva preso più di 11.000.000 di voti).

In definitiva, la maggioranza (ben l’11,43%) dei suoi lettori (quelli de Il Fatto Quotidiano) ha dato ragione (con un distacco dell’1,75%) allo stesso Scanzi (di tastiera, perché quello che va in televisione e si rivolge a una platea fatta di milioni di spettatori di sicuro avrebbe dato ben altro peso ai numeri e ai termini).

Sennò è un po’ come quando il vostro nipotino si mette in piedi sulla sedia e declama la poesia di Natale, contento perché, se è vero che la zia traffica col telefonino e i due cuginetti gli fanno le boccacce comunque mamma e papà applaudono forte mentre nonna si commuove.

E chissà se caricata su youtube non riesca anche ad arrivare a 2421 like (in quel caso avrete il diritto di esigere: apertura, titolone e foto in prima pagina su Il Fatto Quotidiano).

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Massimo Piccolo Page

Il conto salato degli Studi Umanistici: Il Fatto Quotidiano, Stefano Feltri, la miopia del bocconiano e la vista perfetta di Salvatore.

In questi giorni, grazie a un dossier del centro studi di Bruxelles Ceps e la lettura fatta di questo da parte del vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, Stefano Feltri, si è acceso un dibattito sull’opportunità dei percorsi universitari da intraprendere per i neo-diplomati per lavorare presto e guadagnare di più. Stando allo studio come riportato da Feltri, al top le facoltà di Medicina, Ingegneria e Finanza, con qualche riserva Economia e Legge, assolutamente sconsigliate Lettere, Storia e le altre facoltà Umanistiche.

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Bene. Fino a qui niente di nuovo. E’ lo stesso che consigliava a una signora Salvatore, il mio salumiere, che ha preferito iniziare a guadagnare ancora prima di aver completato le superiori, e col suo stipendio fisso alla Conad ha messo su famiglia senza aspettare i 30 anni, come raccomandato da Stefano Feltri, senza gravare sullo Stato e senza far spendere 70-80mila euro ai genitori, come raccontato da Stefano Feltri.

Certo, Salvatore, il mio salumiere, ha avuto il buon senso di non usare frasi del tipo: ”I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi” oppure “Dal lato delle scelte collettive, cioè le politiche pubbliche, dovremmo tutti chiederci se ha senso sussidiare pesantemente università che producono disoccupati e formano persone che nessuno sente il bisogno di assumere o retribuire adeguatamente.”

La prima è così stupida da non meritare neanche una risposta (se non “caro Stefano, i tuoi lo sanno che hanno speso 70-80mila euro per la Bocconi per farti arrivare alla vicedirezione de Il Fatto quotidiano e vederti mancare un congiuntivo?”) , la seconda, che più di una domanda è una conclusione, invece è così pericolosa che una risposta è dovuta.

E adesso arriviamo alla miopia del bocconiano.

Le facoltà umanistiche, e nello specifico ti parlo della mia, Lettere e Storia, ti insegnano non solo a leggere i dati, cosa che sono buoni tutti, ma anche ad analizzarli, quindi comprenderli e solo successivamente trarne delle conclusioni.

Per rendere le cose semplici anche a chi ha solo conoscenze scientifiche partirò con l’insiemistica: non si possono moltiplicare, sommare o confrontare tra loro insiemi diversi (pere e mele, alle elementari).

I dati cioè, prima di essere confrontati, vanno resi omogenei.

Partirò ancora dalla storia della formazione personale di Feltri, dal momento che lui stesso l’ha raccontata come esempio di ottimo investimento. Bene. Non ha alcun senso paragonare un’istruzione costata 80.000 euro in giornalismo, ingegneria o finanza con una costata 5.000 euro in teatro o moda.

E’ pacifico che se a un ragazzo capace, laureato in teatro o moda, gli si dessero altri 75.000 per completare la formazione con le altre esperienze formative necessarie (che se la facoltà fornisse non potrebbe costare così poco) di sicuro troverebbe lavoro nel settore che sogna in tempi e modi non diversi dal collega bocconiano.

Lo stesso Feltri parla poi di “nomea” della Bocconi come garanzia di lavoro. Inserendo ancora un’altra variabile che nulla c’entra con il tipo di facoltà.

Ancora sull’omogeneità dei dati. Che senso ha paragonare gli sbocchi occupazionali di facoltà come Medicina, ormai da 30 anni a numero chiuso, con facoltà ad accesso libero?

Torniamo ai dati e agli occupati. Feltri scrive che i laureati in ingegneria a 5 anni dalla laurea hanno un tasso di disoccupazione al 2,9% mentre quelli in lettere al 17,3%. Non ci fornisce però altri dati determinanti, quanti di questi lavorano in Italia e quanti di questi hanno effettivamente cercato lavoro. Detta così sembra un controsenso, me ne rendo conto, ma nello specifico non è così.

Esiste sicuramente una percentuale di persone (sarebbe interessante vedere quante di queste donne, ancora nel 2015) che sceglie la facoltà di Lettere per poter accedere esclusivamente all’insegnamento non troppo lontano da casa e per questo è ben disposto anche ad aspettare più dei 5 anni presi in considerazione dall’indagine e c’è anche chi, una volta ottenuto il titolo decide di percorrere un’altra strada (anche dedicarsi alla famiglia).

Ovviamente così il discorso si complica.

Nel 2009, l’anno preso in considerazione da Feltri per le percentuali di sopra, ci sono stati 1780 laureati (circa) in ingegneria e 1340 laureati (circa) in lettere. Sì, avete letto bene, in Italia ci sono più laureati in ingegneria che lettere.

Davvero qualcuno si illude che sarebbe bastato che i 250 laureati in lettere non occupati (il famoso 17,3% di prima) si fossero laureati in Ingegneria perché si risolvesse il problema della disoccupazione? E in base a cosa non si dovrebbe ipotizzare che questi non venissero aggiunti ai 50 già disoccupati di Ingegneria?

E ricordiamo che l’Italia, pur non brillando per l’industria specializzata in alta tecnologia ha già il doppio di laureati in Ingegneria all’anno rispetto agli USA (che hanno il doppio dei nostri laureati in Lettere).

Costi sociali. Feltri ha anche utilizzato questa espressione. Che non so bene cosa voglia dire per alcuni bocconiani, ma so cosa voglia dire realmente per una società.

Come sia analizzano i costi sociali di una categoria? Prima cosa dovrebbe andare a vedere i dati dei costi delle malattie (specie croniche) e della mortalità per le diverse categorie. Sarebbe interessante capire quanto costano alla società gli occupati nel settore finanza e quelli nei musei, ad esempio.

Qualcosa mi dice che quelli che lavorano con le borse, derivati e robe del genere vadano più incontro a malattie e morte di quelli che fanno le guide nei musei. Ma non ho statistiche a riguardo.

L’Italia, dicevamo prima, non è specializzata in alta tecnologia come gli USA (meno del 10% della nostra produzione va in tale direzione) e continua a spingere verso una formazione tecnologica, non creando centri dalla “nomea” come quella della Bocconi, in Lettere, Arte, ecc ecc.

Però ha il patrimonio artistico culturale paesaggistico (quindi turistico) più grande mondo.

Ma ci fosse qualche bocconiano a dettare le linee politiche culturali di questa sfortunata nazione?

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Marco Travaglio e la sindrome da Facebook

Con la crisi greca e l’ancora più preoccupante bolla cinese, data la vacanza di Floris, ieri sera l’unico approfondimento fruibile (lo show di Paragone è assolutamente inconsistente) era Ballarò di Massimo Giannini, dove tra gli ospiti brillava uno ieratico e applauditissimo Marco Travaglio.

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Non entro nel merito politico o contenutistico “dell’ospite” Travaglio, poco conta ai fini di questa piccola riflessione, quello che però trovo interessante è come il giornalista sia diventato la perfetta sintesi televisiva del “sistema” social, la periferia di quello che mi piace indicare come Medioevo 2.o

La narrazione che Travaglio impone ai suoi ragionamenti è studiata e indirizzata principalmente ai suoi follower (fans o “amici” a seconda della prospettiva che adottate). Scandisce i suoi “post” con calma e attenzione, conservando sempre una battuta a effetto come chiosa così da poter scaricare il suo bel pacco di Like sotto forma di applausi.

Preferisce evitare di parlare con un diretto interessato, il protagonista dei suoi “post” vocali è meglio sia lontano così da poter ignorare o rispondere con delle battute (di solito ama l’iperbole) che utilizza per sminuire qualsiasi rettifica o contraddittorio.

E indubbiamente il sistema funziona, visto che i suoi interventi sono sempre più richiesti.

Il rischio però è un po’ quello della bella fashion blogger che si accorge che meno è vestita più Like riceve e non posta più pensando al fashion ma pensando ai Like che riceverà, finendo per essere facilmente confusa con la sgallettata in intimo che “si selfia” nello specchio del bagno con le labbra a cuoricino.

Vegani da internet integralisti fin quasi alla morte (del figlio).

Hungry heart dal film di Saverio Costanzo

Hungry heart dal film di Saverio Costanzo

E’ di questa mattina la notizia di un bambino di 11 mesi ricoverato d’urgenza e in condizioni graviin stato di denutrizione qualitativa e con un grave quadro clinico di regressione neurologica” (come riportato da Il Corriere), in poche parole non riusciva gattonare e neanche a stare seduto.

Bene. Anzi malissimo.

Ma ne parlo qui perché questo è accaduto a Pisa (o giù di lì), e non in un Paese in via di sviluppo, o in una situazione di indigenza, o in un ambiente vittima di menti obnubilate da droghe o alcol.

Ne parlo qui perché questa situazione è il paradigma “perfetto” di quello che da un po’ di tempo ho battezzato “Medioevo 2.o”, quando cioè, in estrema sintesi, la cultura diventa un integralismo a-scientifico che somiglia sempre più alla superstizione, anche se mascherata da scienza complice il supporto di fonti a-scientifiche.

E così i due genitori del povero bambino, vegani integralisti, hanno pensato bene di svezzare il loro piccolo con le conoscenze acquisite da Wikipedia, qualche blog, un paio di forum, e magari qualche servizio trendy della tv – tipo Iene –  fin quasi ad ammazzarlo.

La conoscenza, quella vera, quella istituzionale, costa fatica e impegno. Molto meglio acculturarsi col “fai da te”, tra una partita a Candy Crush e la scrittura di qualche post contro il complotto del Nuovo Ordine Mondiale delle multinazionali.

(grazie molte per la lettura, se vuoi, puoi restare in contatto con un like alla pagina nel box qui sotto)