Marco Travaglio e la sindrome da Facebook

Con la crisi greca e l’ancora più preoccupante bolla cinese, data la vacanza di Floris, ieri sera l’unico approfondimento fruibile (lo show di Paragone è assolutamente inconsistente) era Ballarò di Massimo Giannini, dove tra gli ospiti brillava uno ieratico e applauditissimo Marco Travaglio.

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Non entro nel merito politico o contenutistico “dell’ospite” Travaglio, poco conta ai fini di questa piccola riflessione, quello che però trovo interessante è come il giornalista sia diventato la perfetta sintesi televisiva del “sistema” social, la periferia di quello che mi piace indicare come Medioevo 2.o

La narrazione che Travaglio impone ai suoi ragionamenti è studiata e indirizzata principalmente ai suoi follower (fans o “amici” a seconda della prospettiva che adottate). Scandisce i suoi “post” con calma e attenzione, conservando sempre una battuta a effetto come chiosa così da poter scaricare il suo bel pacco di Like sotto forma di applausi.

Preferisce evitare di parlare con un diretto interessato, il protagonista dei suoi “post” vocali è meglio sia lontano così da poter ignorare o rispondere con delle battute (di solito ama l’iperbole) che utilizza per sminuire qualsiasi rettifica o contraddittorio.

E indubbiamente il sistema funziona, visto che i suoi interventi sono sempre più richiesti.

Il rischio però è un po’ quello della bella fashion blogger che si accorge che meno è vestita più Like riceve e non posta più pensando al fashion ma pensando ai Like che riceverà, finendo per essere facilmente confusa con la sgallettata in intimo che “si selfia” nello specchio del bagno con le labbra a cuoricino.

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