Chi è senza colpa. Quello che gli italiani non sanno fare.

Hai voglia a girarci intorno, e a chiedersi il perché c’è solo da rompersi la testa.

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Gli americani (nel senso più lato possibile del termine, indicando così tutti quelli che hanno la possibilità di entrare in quel modo di fare cinema) hanno una estetica e una poetica quando si tratta di noir e thriller che noi italiani ce la sogniamo.

E quando scimmiottiamo i loro heist movie (film con a centro un “colpo” da preparare), siamo spesso patetici.

Così come quando trattiamo il genere “criminalità organizzatanon come denuncia (Il camorrista, Gomorra il film) ma come intrattenimento (Gomorra la serie) siamo macchiettistici, con punte di comicità involontaria che se non fossimo annichiliti da un trentennio di cattivissima televisione italiana (fiction comprese) ci sarebbe solo da rompere il televisore, abbandonarlo e votarsi per sempre alla facile parodia dei The Jackal sui pochi pollici dei nostri smartphone o tablet.

Certo non si può pretendere che ogni prodotto partorito in Italia abbia come scrittura un Dennis Lehane (da The Mystic River a Shutter Island) un regista dalle idee chiarissime come Michaël R. Roskam e attori che pure quando vanno con il cambio automatico sono impeccabili, e attenzione, non solo il protagonista, Tom Hardy, o i comprimari, James Gandolfini, Noomi Rapace e Matthias Schoenaerts. Anche chi dice 3 battute in tutto il film recita meglio di molti “nomi” italiani.

Il film è Lehane “puro” (tratto dal racconto Animal rescue), anche se per una volta ambientato a Brooklyn e non a Boston.

Un barman. Un cucciolo di pitbull. Una ragazza. Un bar. Stop.

E bastano perché raccontano un mondo (esterno e interno ai protagonisti) molto più di 1000 caratterizzazioni, descrizioni e luoghi comuni come vediamo nei nostri prodotti.

Chapeau.

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