Doris Lessing – Il sogno più dolce

“Un tavolo da pranzo che unisce il trentennio che va dagli anni ’60 alla fine degli ’80, la Germania nazista all’Africa post coloniale dei dittatori e della miseria passando per la Swinging London degli anni ‘60.”

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Ci sono tre donne (più una) intorno alle quali girano le 430 pagine del libro della Lessing.

Tre donne estranee, anche se in qualche modo imparentate tra loro, che diventano complementari. Tre donne di tre generazioni diverse, Julia “la capostipite”, Frances la “ex-nuora” e Sylvia “figlia di primo letto dell’ex moglie dell’ex marito di Frances”, quindi, quasi-nipote (in un certo senso) di Julia.

Tre donne estranee che finiscono per intessere relazioni tra loro durature e salvifiche, senza passare per conflitti generazionali o sociali che banalmente ci si sarebbe potuti aspettare.

Relazioni “naturali” maturate intorno al tavolo del salone al piano terra di una grande casa di Londra che accoglie lo strano nucleo familiare, una famiglia allargata dove oltre alle tre donne crescono i due figli di Frances e altri cinque o sei ragazzi loro coetanei che, nella società appena uscita dalla seconda guerra mondiale erano ormai diventati estranei alle famiglie di origine e alle istituzioni chiamate “fasciste” come sinonimo di tradizionale o in opposizione all’universo swinging che sembrava destinato di lì a poco a sovvertire il mondo.

A latere, ma presenza costante, il figlio di Julia e marito di Frances, Johnny, il “compagno Johnny”, perfetta incarnazione dell’utopia comunista che riempiva di fascino e belle letture i giovani militanti ma che li allontanava, un passo per volta, dalla realtà; richiudendoli in un mondo fittizio, fatto di conferenze, dibattiti e riunioni, completamente astorico e autosufficiente.

E così, quasi come se il “gesto della cucina” (ma attenzione, qui si tratta di sfamare una tavolata di adolescenti con patate e salcicce, nessuna particolare evocazione o poetica del gusto) costringesse le donne, almeno quelle obbligate a preoccuparsi di cibo o soldi, a restare nella realtà, nella Storia, senza il lusso di perdersi dietro le grandi ideologie, e proprio per questo le rendesse, uniche e capaci di gesti concreti dal reale valore eroico, come salvare una ragazzina destinata a morte certa per anoressia o lavorare, fino a morire letteralmente dalla stanchezza, per sottrarre dalla fine precoce due bambini di un villaggio africano.

La quarta donna in realtà compare solo nelle due ultime pagine, Celia, la (forse) nipote di Frances.

E’ solo una bambina di tre o quattro anni “un essere straordinario…una piccola fata”, ma quando si rivolge al vecchio nonno con una cantilena quasi consolatoria : ”povero nonnino, il mio povero piccolo Johnny”, sembra chiaro che in futuro toccherà a lei prendersi la responsabilità di continuare la straordinaria storia di quella casa di Londra e di badare alle esistenze che siederanno di nuovo intorno a quel tavolo.

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