OTTANTA – I Paninari (avere/apparire/essere).

I più giovani, forse, penseranno che si stia per parlare di venditori di panini o una roba del genere e, probabilmente, neanche riescono a immaginare che ci fu un tempo nel quale milioni di ragazzi pensavano di essere in, o meglio fighi, indossando jeans con i risvolti, cinture con grandi fibbie da cow boy, mocassini da operai messicani e giacche a vento da aviatore.

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Sia chiaro, in ogni decennio o meglio, Continua a leggere

Marco Travaglio e la sindrome da Facebook

Con la crisi greca e l’ancora più preoccupante bolla cinese, data la vacanza di Floris, ieri sera l’unico approfondimento fruibile (lo show di Paragone è assolutamente inconsistente) era Ballarò di Massimo Giannini, dove tra gli ospiti brillava uno ieratico e applauditissimo Marco Travaglio.

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Non entro nel merito politico o contenutistico “dell’ospite” Travaglio, poco conta ai fini di questa piccola riflessione, quello che però trovo interessante è come il giornalista sia diventato la perfetta sintesi televisiva del “sistema” social, la periferia di quello che mi piace indicare come Medioevo 2.o

La narrazione che Travaglio impone ai suoi ragionamenti è studiata e indirizzata principalmente ai suoi follower (fans o “amici” a seconda della prospettiva che adottate). Scandisce i suoi “post” con calma e attenzione, conservando sempre una battuta a effetto come chiosa così da poter scaricare il suo bel pacco di Like sotto forma di applausi.

Preferisce evitare di parlare con un diretto interessato, il protagonista dei suoi “post” vocali è meglio sia lontano così da poter ignorare o rispondere con delle battute (di solito ama l’iperbole) che utilizza per sminuire qualsiasi rettifica o contraddittorio.

E indubbiamente il sistema funziona, visto che i suoi interventi sono sempre più richiesti.

Il rischio però è un po’ quello della bella fashion blogger che si accorge che meno è vestita più Like riceve e non posta più pensando al fashion ma pensando ai Like che riceverà, finendo per essere facilmente confusa con la sgallettata in intimo che “si selfia” nello specchio del bagno con le labbra a cuoricino.

Vegani da internet integralisti fin quasi alla morte (del figlio).

Hungry heart dal film di Saverio Costanzo

Hungry heart dal film di Saverio Costanzo

E’ di questa mattina la notizia di un bambino di 11 mesi ricoverato d’urgenza e in condizioni graviin stato di denutrizione qualitativa e con un grave quadro clinico di regressione neurologica” (come riportato da Il Corriere), in poche parole non riusciva gattonare e neanche a stare seduto.

Bene. Anzi malissimo.

Ma ne parlo qui perché questo è accaduto a Pisa (o giù di lì), e non in un Paese in via di sviluppo, o in una situazione di indigenza, o in un ambiente vittima di menti obnubilate da droghe o alcol.

Ne parlo qui perché questa situazione è il paradigma “perfetto” di quello che da un po’ di tempo ho battezzato “Medioevo 2.o”, quando cioè, in estrema sintesi, la cultura diventa un integralismo a-scientifico che somiglia sempre più alla superstizione, anche se mascherata da scienza complice il supporto di fonti a-scientifiche.

E così i due genitori del povero bambino, vegani integralisti, hanno pensato bene di svezzare il loro piccolo con le conoscenze acquisite da Wikipedia, qualche blog, un paio di forum, e magari qualche servizio trendy della tv – tipo Iene –  fin quasi ad ammazzarlo.

La conoscenza, quella vera, quella istituzionale, costa fatica e impegno. Molto meglio acculturarsi col “fai da te”, tra una partita a Candy Crush e la scrittura di qualche post contro il complotto del Nuovo Ordine Mondiale delle multinazionali.

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Il fake della Boschi, i creduloni e la comunicazione fascista.

A molti (e io sono tra quelli) la ministra Boschi è tutt’altro che simpatica, sono sicuro che è di quelle che se porti una sera a cena sta lì a parlare per due ore di quanto era brillante e scavezzacollo a scuola anche se prendeva tutti 9.

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Ma questo adesso c’entra poco, come poco interessano le simpatie politiche.

Quello che è rilevante è come sia bastato un fotomontaggio (tra l’altro fatto davvero male) perché i beoti della rete si scagliassero contro la ministra senza fermarsi nemmeno un attimo a riflettere su quello che stavano guardando.

Ci potremmo riempire un libro parlando della rete come nuovo media capace di tenere in scacco milioni di utenti “semplici” non culturalmente attrezzati, ma votanti e compratori e per questo ambiti come non mai. I campagnoli americani dello sbarco dei marziani di Welles al confronto erano più svegli dei nostri diplomati dei licei.

Quello che è ancora da rimarcare è che questo sta facendo tornare in auge alcune caratteristiche proprie della propaganda fascista quali lo svilimento del competitore, nemico “non degno” perché “limitato”, “inferiore”, “incapace” (ricordate le vignette sui “negri” e gli ebrei ?).

E come ciliegina sulla torta non si può ignorare la solita visione maschilista che tra l’altro, sempre con un fotomontaggio, aveva già colpito la Boschi.

La rete rende tutti più liberi (di farsi manipolare).

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Lobster Roll ?

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Ok. Qualcuno dirà che me la sono cercata.

Ma io sono fatto così, e se per milioni di canadesi e americani il Lobster Roll è un must (il nostro salsicce e friarielli per intenderci) io mi sento in dovere di assaggiarlo.

E certo, quello proposto dal Mc Donald’s sicuramente poco o nulla avrà in comune con la ricetta classica, ma è altrettanto innegabile che grazie al marchio del clown in queste 3 settimane di questi panini ne saranno venduti centinaia di migliaia anche in Italia.

E io sono fatto così, non potevo non assaggiarlo.

Il costo. Nove euro e dieci centesimi (arrotondati a 10euro con una bibita) per questo panino farcito con 30-40 grammi di astice canadese, songino, condimento catalano e pomodorini.

Il gusto. Terribile.

Buona l’idea del panino dolce caldo che accoglie questa insalata fredda, ma il risultato è pessimo, o meglio, inutile. Del panino si sente solo il sapore dello zucchero e il classico retrogusto artificiale del Mc, dell’insalata di astice condita alla catalana solo il sapore dell’insalata e del pomodoro (niente cipolla, limone e, non di meno, niente astice !).

Risultato. Dopo il primo morso tutti a riempirlo di maionese rimpiangendo la rosetta (o michetta) con tonno in scatola, pomodori e basilico.

La bufala dell’invenzione della pizza Margherita (e le spese folli del dittatore “Garibaldo”).

E’ incredibile come ancora oggi abbia tanta fortuna la favoletta risorgimentista “dell’invenzione” della Pizza Margherita.
Riporto qui sotto un brano tratto da un mio libro dedicato alla gastronomia del 2011.

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Alla vigilia dell’annessione, la massa monetaria circolante nel Regno delle Due Sicilie rappresentava il 60% dell’intero patrimonio di tutta la penisola, compreso il ricco Stato Vaticano e il piccolo regno dei Savoia; mezzo miliardo in lire piemontesi, invece, furono sottratte da Garibaldi al Banco di Napoli e andarono perse tra Torino, Parigi e Londra – si parla di una cifra nove volte superiore all’intero prestito fatto dai Savoia per la guerra in Crimea. Almeno di 165 milioni, sempre in lire piemontesi, il patrimonio personale di Francesco II che, volontariamente, lasciò al Banco di Napoli e del quale, sempre nel periodo dittatoriale di Garibaldi, se n’è completamente persa traccia. (nota1)

E fu così che nel lontano 1889 i Savoia, dopo aver prosciugato e dissipato le casse del regno più ricco della penisola, riuscirono, complice un geniale pizzaiolo napoletano (nella storia di Napoli c’è sempre un napoletano “complice”) a mettere la firma su una delle peculiarità che avrebbero reso l’ex capitale comunque celebre, per sempre, nel mondo. La pizza. E ironia della sorte, quella che al momento sembrò una celebrazione per la pizza, con la dedica al nome della regina d’Italia Margherita di Savoia, in realtà, nel tempo, è diventata una celebrazione per la signora Margherita di Savoia, della quale, dopo la brevissima vita del regno savoiardo e la fine non proprio gloriosa, ci si ricorda solo per aver dato il nome alla famosa pizza.

Quando Raffaele Esposito, su richiesta della stessa regina, portò alla reggia di Capodimonte, dove la nobildonna si era sistemata (nello splendido parco costruito nel ’700 per volere di re Carlo di Borbone), tre di queste famose pizze – una con pomodoro, mozzarel-la e basilico, una con olio, formaggio e basilico e l’altra con ciceniel-li – di sicuro non fece altro che replicare delle ricette già in uso da tempo. E non solo tra il popolo, poiché la pizza in realtà era amatissima anche alla corte dei Borbone, tanto che Maria Carolina d’Austria, moglie del re Ferdinando di Borbone, aveva fatto costruire un forno apposta nel palazzo di San Ferdinando. In realtà alcune fonti, anche autorevoli come Francesco de Bourcard (nota2) (che raccoglie il testo di Emmanuele Rocco), parlano di pizza margherita già nel 1858 (trentanove anni prima del famoso documento di Brandi), suggerendo il nome margherita dal comune fiore, dal momento che la mozzarella sciogliendosi formava come dei piccoli petali.

Innegabile però che per Raffaele Esposito, marito di Maria Giovanna Brandi, l’aver ricevuto dall’Ufficio di Bocca della Real Casa dei Savoia la lettera ufficiale (ancora affissa nel locale) che esprime-va gratitudine e apprezzamento da parte della regina Margherita per la sua pizza, abbia fatto sì che il locale assumesse un’indubbia valenza storica che nel tempo (e ancora oggi) ha contribuito a determinarne l’enorme fortuna.

nota1:Roberto Martucci, L’invenzione dell’Italia unita, pp. 231-232, Sansoni, Milano 1999.
Nota2:Francesco de Bourcard, Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, vol II, G. Nobile, Napoli 1858, pp. 120, 127.

La Rete. Aldo Grasso, Lucky Ladies e (l’ossessione di) Gomorra.

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Questa settimana nella sua rubrica su Corriere Tv, Il buon Aldo Grasso ha voluto dedicare uno spazio a due nuovi programmi ambientati (e in qualche modo dedicati) a Napoli: “Muort e stramuort” e “Lucky Ladies”.

Per entrambi ha riservato parole di elogio, e fin qui, non volendo entrare nei contenuti dei programmi, niente di “strano”, niente che valesse la stesura di questo pezzo.

Quello che però sembra interessante rilevare è che Grasso, parlando dei due programmi che si occupano di Napoli senza che la camorra sia protagonista (o che sia normalmente non collusa o in affari con essa, come per il 99,9% di noi) dice – in buona fede, con un sorriso quasi di stupore – che il quadro che ne esce è “strano”.

Infatti, per elogiare queste Lucky Ladies, imprenditrici napoletane che alla fine risultano comunque meno vacue degli yuppies milanesi degli anni ’80, per anni simbolo dell’efficienza e del successo da contrapporre all’indolenza meridionale, non trova paragone migliore che vedere in queste signore: delle “Donna Imma” (la boss di Gomorra) che hanno scelto un’altra strada.

Come dire, il metro per parlare di Napoli “deve” essere Gomorra, la normalità è quella, tutto il resto è “strano”.